Le cento storie del terremoto: l’incerto del quotidiano, la paura del domani

Ho già dovuto lasciare due case: una a Camerino, con il terremoto del 1997, una adesso, a Muccia. E lo studio di mio marito, con il soffitto tutto affrescato, del Quattrocento. Per ricostruire la casa quanto tempo ci vorrà: 15, 20 anni? Sono vecchia, so che non ci rimetterò più piede”.

E’ passata da poco l’ora di pranzo all’Hotel Timone di Porto San Giorgio, sul lungomare sud, uno degli alberghi della costa che ospitano gli sfollati del terremoto , e questi inattesi clienti escono per fumare una sigaretta o prendere una boccata d’aria, dopo aver mangiato fettuccine al ragù e paillard. “Qui stiamo bene, troppo bene, ho anche messo su pancia”, dice Ebe, la signora di Muccia perseguitata dal terremoto, un’ottantina d’anni portati molto bene. “Ma poi?”. E’ quello che si chiedono tutti: ‘dove’, ‘quando’, sono le domande ricorrenti degli sfollati del terremoto.

“Io per fortuna sono pensionato – s’inserisce nella conversazione Tito, di Pieve Torina – e non devo tornare al paese per lavorare, per quelli che un lavoro ancora ce l’hanno, o per accudire gli animali, come tanti qui”. Persone di montagna, che prendono il bus navetta e raggiungono i luoghi terremotati. E quando tornano, raccontano alla reception, sono ancora più disperati. Il terremoto ha portato via loro tutto: i ricordi di una vita, l’intimità dei propri spazi, il calore della propria casa, i propri punti di riferimento. Tutto.

Il personale dell’albergo è disponibile e attento, conosce le storie della piccola comunità che si è ricreata, suo malgrado, nell’hotel dopo il terremoto: “Vengono dall’entroterra maceratese. Sono tutte persone di una certa età, ci sono anche due signore di 103 anni. Una ha raccontato che è la prima volta che viene al mare, in albergo. Ma no, non è una vacanza forzata, per loro. In certi momenti li senti scherzare, ma poi vedi che torna la tristezza”. Come negli occhi di Liliana: tristezza e terrore: “La scossa forte, quella di domenica, mi ha buttato giù casa. Io sono vedova, vivo da sola. Ma è venuto mio figlio e mi ha preso di forza: ‘scappa!’. Dopo che sono uscita è crollata. Sono anche io di Muccia, lì non c’è più niente”.

”Tutto distrutto, tutto distrutto”, le fa eco la nuora di una delle due signore centenarie, sfollata da un altro dei tanti paesini del secondo cratere devastato dal terremoto. “Siamo vivi, ma…”. Dove andremo, quando, cosa faremo. E poi ci sono le domande più urgenti: il cambio d’abiti, perché se viene freddo o piove, bisogna almeno potersi mettere scarpe più pesanti, fa notare Ebe mostrando le sue. E per le signore c’è anche bisogno del parrucchiere, un momento di normalità nel più assoluto disastro: “Mia moglie c’è andata oggi, le hanno fatto pagare la metà”, fa Tito. Poi, rivolto a Liliana: “Dai, che adesso accompagno anche te”.

Molti non hanno l’auto, e un passaggio è sempre gradito. ”Vengono in tanti a chiedere informazioni – dice Maria Alessandra Mancini dello Iat, l’ufficio turistico di Porto San Giorgio -. Vengono a prendere una cartina del paese per orientarsi, chiedono dove poter trovare la banca o la farmacia più vicina”. Punti di riferimento essenziali per chi ne è ormai privo. E, soprattutto le famiglie, si rivolgono all’ufficio per sapere di appartamenti disponibili, perché fino a qualche tempo fa lo Iat forniva questo servizio mettendo in contatto gli utenti con i privati. Ora non più, ma le richieste in quesoto momento sono lievitate. “Perché dagli alberghi – dicono tutte le persone scappate dal sisma – prima o poi ce ne dovremo andare. Ma dove? Quando?”.