Camorra: si pente il boss Antonio Lo Russo, in allerta le cosche campane

C’è voluto un anno e mezzo di carcere duro per piegare Antonio Lo Russo, figlio di Salvatore, ex-boss dell’omonimo clan di camorra di Napoli e indurlo a collaborare con la giustizia.
Lo Russo, che ricoprì anche il ruolo di capoclan, potrebbe fornire agli inquirenti della Procura della Repubblica partenopea uno spaccato fondamentale sugli scenari che riguardano i traffici illeciti che avvengono  a Secondigliano e importanti dettagli sui patrimoni accumulati dal clan soprannominato “dei capitoni“. Prima di lui, anche il padre Salvatore e, poi, più recentemente gli zii, Carlo e Mario, avevano deciso di rompere con la camorra raccontando agli inquirenti una parte della verità sui traffici della cosca, sui prestanome, sui modi e i mezzi per riciclare il fiume di denaro che arriva dal racket delle estorsioni e dalle partite di droga commerciate, dall’usura e dalle tangenti sugli abusi edilizi con la complicità di alcuni vigili urbani.
La cosca, infatti, gestiva un vero e proprio ”mercato” dei lavori illegali nei quartieri di Piscinola e Miano, alla periferia nord di Napoli.
Lo Russo in pratica imponevano, a chi intendesse realizzare una costruzione abusiva, il pagamento di una tangente in denaro ma anche l’obbligo di rivolgersi a imprese edili ”amiche” della cosca. Ora la Procura partneopea si aspetta che Antonio Lo Russo dia il suo contributo per ricostruire in maniera organica tutto il network dei “capitoni”.
Nel maggio 2010 un’operazione del Nucleo investigativo dei carabinieri di Napoli decapitò, con 17 arresti, la cosca dei Lo Russo ricostruendo il ruolo di Antonio, che all’epoca era già latitante, e al quale il padre Salvatore aveva passato lo scettro del boss ma, soprattutto, rivelando l’irresistibile ascesa del clan che si era espanso sempre di più allargando i confini delle proprie attività.
In guerra con il clan Stabile, alleati con gli Scissionisti di Secondigliano, i Lo Russo, partiti dalle zone della periferia di Napoli, come Miano, Chiaiano, Piscinola, Marianella sono poi riusciti a scalare le gerarchie della camorra arrivando ad aver una piena egemonia anche in quartieri della città, come Capodimonte. Da lì il grande salto: dalla periferia si sono espansi sempre più  anche oltre i confini della Campania stessa.
Lo dimostra il maxi sequestro preventivo di beni effettuati all’epoca e che inglobava un po’ di tutto: da quattro appartamenti, ad una villa residenziale, a due società  immobiliari e due alberghi a Faenza. E poi anche una rivendita di giornali, una società di panificazione, vendita e produzione di prodotti farinacei e di gastronomia, autovetture, nove conti correnti, 1000 azioni della Banca Popolare di Puglia e Basilicata e una polizza assicurativa. Il tutto per un valore complessivo stimato in circa 40 milioni di euro. Ma, da quel maggio 2010, gli affari sono continuati incessanti.
Accanito tifoso del Napoli, il boss è diventato famoso soprattutto per essere stato fotografato nell’aprile del 2010 – quindi da latitante – mentre assisteva alla partita di calcio Napoli-Parma, a bordo campo e con tanto di pettorina gialla addosso.
Un episodio che fece anche scattare una inchiesta sul calcio scommesse, scommessa che poi, successivamente, venne archiviata.
Da allora non si ebbero più notizie di Antonio Lo Russo e solo 4 anni dopo, nell’aprile del 2014, venne arrestato a Nizza dove si era rifugiato per sfuggire alla giustizia italiana. Lo trovarono i carabinieri, sembrava un turista qualsiasi, in tenuta sportiva mentre pedalava tranquillo lungo le strade della cittadina rivierasca francese.