Addio a Veronesi, l’oncologo che restituì la speranza ai malati di cancro

Il grande oncologo Umberto Veronesi è morto ieri  nella sua casa di Milano. Da alcune settimane le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate. Era circondato dai familiari, la moglie e i figli. Aveva 91 anni. La figlia di Veronesi, Giulia, ha annunciato che i funerei si terranno venerdi a Palazzo Marino, sede del Comune, in forma laica.

“Quando ho incominciato a occuparmi di tumori non avevamo mezzi diagnostici, c’erano solo le nostre mani. Io ho le mani sensibilissime perche’ per almeno 30 anni dovevo fare diagnosi di tumore o non tumore solamente con la percezione delle mie dita. Poi arrivarono gli strumenti piu’ evoluti, la mammografia, l’ecografia e quelle piccole percentuali di guarigione che avevamo allora balzarono in alto”. Così Veronesi parlava della sua attività di medico nell’ottobre del 2015, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), di cui è stato fondatore. In un video proiettato per l’occasione, Veronesi sottolineava come “in Italia intorno agli anni ’60 arrivò nell’Istituto dei Tumori un bravissimo ricercatore che veniva dall’America, Beppe Della Porta. Diventammo amici: aveva visto grandi organizzazioni per raccogliere aiuti dalla popolazione per curare il cancro”.

“Mi sono accorto che in Italia – affermava Veronesi – non c’erano finanziamenti per la ricerca, né  pubblici né privati e così andammo dal notaio e fondammo l’Airc, la creammo ufficialmente. Non avrei mai immaginato che avrebbe preso una posizione cosi’ dominante nel mondo della ricerca sui tumori. La bellezza di questa associazione – affermava – è stata quella di promuovere e finanziare la ricerca, ma anche di dare consapevolezza alle persone. Non è solo finanziamento per la ricerca, per questo penso che Airc abbia un grande futuro”. Quindi, una finale professione di ottimismo: “Io sono ottimista sul futuro, i giovani ricercatori hanno uno spazio di ricerca gigantesco. Se potessi vivere a lungo – diceva- avrei potuto vedere magari la vittoria totale sulla malattia. Quando mi dicono ‘sei un uomo di successo’, dico ‘no sono un uomo di insuccesso’. Quello che dovevo raggiungere non e’ stato raggiunto. Ho fatto qualcosa, ho migliorato la condizione umana delle persone con tumore con qualche successo, senza la soluzione finale, che purtroppo non ho potuto vedere. Ma arriverà”.