Il 15 ottobre 1880 iniziava la leggenda di Victorio, l’inafferrabile Apache

Victorio fu uno dei più grandi condottieri Apache, alla pari dei più conosciuti Geronimo e Cochise, ma nonostante la sua capacità tattica e le sue imprese contro l’esercito degli invasori, non gode della fama che hanno invece molti altri capi Apache. Su di lui ci sono pochi film (tra cui ricordiamo Hondo, con John Wayne, del 1953) e serie tv, pochi libri. Probabilmente è dovuto al fatto che Victorio non coltivò mai rapporti con i giornalisti e non amava rapportarsi con i bianchi se non sul campo di battaglia. Ma fu veramente grande, e inflisse dure umiliazioni al più potente e organizzato esercito statunitense. Nacque nel 1825 nella tribù del Mimbres, ramo della famiglia Apache Chiricahua, non sappiamo esattamente dove. Era massiccio, possente, coraggioso, tanto che l’allora grande capo degli Apache Mimbrenos Mangas Coloradas lo volle come genero. A quel tempo Victorio era sottocapo dell’altro leader Cuchillo Negro. Non sappiamo il nome della moglie né perché gli fosse stato imposto il nome di Victorio, e secondo una leggenda che però non ha riscontri, Victorio sarebbe stato un bambino messicano rapito in tenera età in un ranch e allevato dagli Apache. Si sa invece che ebbe cinque figli, tre dei quali morirono nel corso delle guerre contro i bianchi. L’ultimo ucciso si chiamava Washington. Ricordiamo che in quel periodo il governo messicano aveva posto un premio per ogni scopo di Apache ucciso, sia uomo sia donna sia bambino. Non era raro il caso di spietati banditi che sterminavano pacifiche famiglie apache per avere i soldi, e di tanto in tanto veniva ucciso pure qualche campesino messicano, il cui scalpo poteva passare per uno indiano. Il bivio nella vita di Victorio avvenne nel 1863, quando i soldati assassinarono a tradimento Mangas Coloradas dopo averlo invitato a parlamentare a Forte McLane. A quel punto Victorio, insieme con altri capi famosi come Delgadito, Nana e lo stesso Cochise, scatenò un guerra senza quartiere contro i bianchi, diventando, dopo la morte di Delgadito nel 1864, il capo unitario e riconosciuto di tutti i Mimbrenos. Divenne anche il punto di riferimento degli Apache Mescalero e spesso operò in accordo con i Chiricahua di Cochise, Geronimo e Juh. Nel 1870 Victorio accettò di trasferissi nella riserva di Canada Alamosa e l’anno successivo in quella di Ojo Caliente e poi ancora in un’altra riserva vicina. Ma era una tregua armata, la tensione era altissima, gli incidenti erano frequenti, non solo con i bianchi ma anche con i Comanche, rivali degli Apache cui contendevano quel territorio ingrato e desertico.

Victorio fu l’artefice dell’alleanza con i Comanche

Finché, si era nel 1974, Victorio ritenne opportuno partecipare a un consiglio convocato da un capo Mescalero, cui parteciparono anche Apache di altre famiglie, nel quale si presa la decisione di offrite un’alleanza ai Comanche (alleanza a cui poi aderirono anche i Kiowa) per fare fronte insieme al comune nemico, americano o messicano che fosse. Anche perché frattanto il Tucson Ring, un comitato d’affari che intendeva mettere le mani sulle terre migliori e scacciare tutti gli indiani, stava tornando all’offensiva, scatenando incidenti pretestuosi e anche organizzando vere e proprie scorribande armate contro gli indiani, anche quelli pacifici. Si decise così di rinchiudere tutti gli Apache nella riserva di San Carlos e in quella di Fort Stanton. Ma le condizioni nella riserva erano penose, e nel settembre del 1877 Victorio, alla testa di oltre 300 guerrieri Mimbrenos e Chiricahuas, lasciò San Carlos e si diede alla macchia. Inizialmente avrebbe voluto raggiungere la riserva Mescalero a Fort Stanton, ma contro di lui si scatenò una caccia all’uomo da parte del 10° cavalleggeri, dagli scout Apache Coyotero e dai Texas Rangers. Dopo una serie di scontri e di perdite, sia con gli americani sia con i messicani, Victorio si arrese e tornò ad Ojo Caliente, anche perché il vantaggio che gli Apache avevano sin qui avuto, ossia quello di varcare il confine Usa-Messico per sfuggire alle truppe inseguitrici, non funzionò più, in quanto in quel periodo i due Stati raggiunsero un accordo per consentire ai soldati di inseguire e uccidere gli Apache ovunque. Ma per Victorio non c’era pace: aveva perso i suoi luogotenenti, Loco e Nana, e dopo la sua ennesima resa venne accusato anche di ave rubato dei cavalli e sottoposto a nuovo processo. Victorio fuggì nuovamente, era il 1879, stavolta con 450 Apache e riparò in Messico, raggiunto ben presto da tutte le altre bande Apache disperse. Iniziò allora quella che è conosciuta come “la guerra di Victorio”.

La “guerra di Victorio”

Victorio iniziò una serie di razzie, sconfiggendo ogni volta le truppe americane e messicane, che pure avevano ricevuto rinforzi, anche in battaglie campali. Grazie alla sua intelligenza tattica e alla disciplina che aveva saputo imporre ai guerrieri di ogni tribù, che lo seguivano totalmente, Victorio sembrava avviato a diventare imprendibile e invincibile. Altre bande Apache venivano sconfitte e a catturate dai soldados, ma non Victorio. Persino quando, nel 1880, il soldati attaccarono il nascondiglio di Victorio sul Rio Palomas, uccidendo molti Apache tra cui donne e bambini, Victorio riuscì a fuggire in Texas. Lo Stato della Stella solitaria allora mise in campo migliaia di soldati, di volontari, di Texas Rangers, di scout indiani fedeli, dando la caccia a Victorio in tutta la nazione. Ma senza esito. Victorio sfuggì ripetutamente a circa 4.000 uomini messi in campo contro lui e le sue poche decine di guerrieri. Dopo cinque o sei scontri vittoriosi, il capo Mimbre attraversò più volte il Rio Grande: quel 1880 Washington e Città del Messico non sapevano più che fare. Ma il destino era in agguato: VIctorio si accampò in località Tres Castillos (tre colline di roccia granitica nel deserto), e il 14 ottobre fu sorpreso, grazie al tradimento degli indiani Tarahumara, nemici storici degli Apache, dalle soverchianti truppe del colonnello messicano Joaquin Terrazas. Tra l’altro, Victorio era rimasto a corto di munizioni e aveva mandato Nana e altri guerrieri a cercarle. Gli Apache combatterono coraggiosamente sino all’ultimo con le armi bianche, e furono tutti sterminati, Victorio compreso. Si calcola che quasi cento Apache morirono quel giorno, e tutti furono scalpati, tanto che in seguito il governatore pagò ai dolados diverse migliaia di pesos per questo. Pare che a sparare a Victorio fosse stato proprio uno scout Tarahumara, tale Mauricio Corredor. Secondo altri, invece, si sarebbe ucciso per non farsi prendere vivo dai messicani. Vogliamo ricordarlo con le parole del generale statunitense George Crook, che gli indiani chiamavano Lupo grigio, uno che di strategia militare se ne intendeva: «Se fosse stato un bianco, allora sarebbe entrato nella storia come uno dei più grandi generali che l’umanità abbia conosciuto». Oggi nella città di Chihuahua, in Messico, c’è un monumento equestre a lui dedicato.