Vergogna a Milano: la comunità cinese è ostile al Dalai Lama (e alla storia)

I comunisti sono sempre comunisti. «Quella dell’attribuzione della cittadinanza onoraria al Dalai Lama è un’iniziativa che riteniamo sbagliata e che offende decine di migliaia di cittadini cino-milanesi, perché non tiene conto dell’effettiva realtà storica e attuale del rapporto tra la Cina e la regione del Tibet e presenta la figura del Dalai Lama non semplicemente come esponente religioso ma come capo di uno Stato che in realtà non esiste». È la netta – quanto storicamente falsa – presa di posizione della comunità cinese di Milano in occasione della visita di tre giorni del XIV Dalai Lama. Tenzin Gyatso riceverà le chiavi della città come deciso da una delibera approvata dal precedente consiglio comunale durante il mandato di Giuliano Pisapia. Un presidio di protesta è annunciato per il primo dei suoi appuntamenti ufficiali, giovedì 20 ottobre, all’esterno del teatro degli Arcimboldi, dove si terrà una conferenza del Dalai Lama con gli studenti universitari.

Milano, il comunimo cinese in azione

Incredibili le menzogne storiche sull’invasione sanguinosa del Tibet e sul massacro dei suoi abitanti, tutte verità  definite fantasiose dai comunisti cinesi che abitano a Milano: «Fuori da fantasiose visioni, la verità è che il Tibet ricongiunto alla Cina, fin dal 1951, ha sempre beneficiato, come dimostra il cosiddetto “Accordo dei 17 Punti”, sottoscritto dal Dalai Lama e dal governo cinese, di piena autonomia culturale e religiosa, nonché amministrativa – si legge in una nota a firma Comunità cinese di Milano -. Nonostante la disdetta unilaterale di quell’accordo da parte del Dalai Lama, attraverso il suo abbandono e auto-esilio in India nel 1959, probabilmente frutto dell’allora “guerra fredda”, quei patti hanno permesso al Tibet di diventare parte attiva e riconosciuta della Repubblica Cinese con i risultati di crescita economica, di qualità della vita di cultura e di fede, che lo hanno liberato dalla dimensione medioevale in cui era tenuto. E i numeri attuali sono a dimostrarlo, compresi quelli delle centinaia e centinaia di monasteri ristrutturati e conservati con fondi governativi e non certo con quelli, ampi, di cui dispone il Dalai Lama e la sua organizzazione». Questa l’opinione – indotta dalla Cina – di una larga parte comunità cinese, in linea con quella dello stato asiatico pur capendo le motivazioni del Comune di Milano. La maggioranza dei cinesi di Chinatown non vede infatti di buon occhio la presenza del Dalai Lama, ritenuto «molto politicizzato e vicino agli Usa».

L’esercito cinese invase il Tibet con le armi

Ovviamente è tutto falso, il Tibet fu occupato sanguinosamente dalle truppe di Pechino e il Dalai Lama costretto a fuggire inseguito dalle Guardie rosse. Moltissimi luoghi di culto furono distrutti dai comunisti. Ma ci sono anche persone più tolleranti, che ritengono giusta la questione tibetana e le sue rivendicazioni, e altri a cui dell’argomento non importa nulla. «E tutte queste varie opinioni – spiega un commerciante di via Paolo Sarpi, cuore del quartiere cinese meneghino – sono abbastanza trasversali per fascia d’età e di reddito». La comunità cinese di Milano, obbedendo agli ordini del Partito comunista cinese, aggiunge che «naturalmente questo conferimento, pur amareggiandoci, non scalfisce il nostro amore e attaccamento alla città – prosegue la nota – di cui ci sentiamo parte viva e protagonista». Infine, «condanniamo la cittadinanza come gesto politico e chi la vuole strumentalizzare – spiega un esponente della comunità – ma precisiamo di nutrire il massimo rispetto per ogni sensibilità religiosa. Molti cinesi, tra l’altro, sono buddisti, a Milano e in Cina, non è questo il problema». Per i cristiani in Cina, invece, è un problema…