Svolta dei conservatori inglesi: “Solo noi a favore della vera uguaglianza”

Theresa May arriva sul palco dell’Icc di Birmingham sulle note di «Start Me Up» dei Rolling Stone. Per spezzare l’emozione le basta una battuta. Si rivolge a Boris Johnson chiedendogli se riesce a restare per quattro giorni consecutivi concentrato sul messaggio da portare. «Start me Up», accendimi. May parla per 56 minuti illustrando il suo Regno Unito e sembra mettere in mano ai suoi le armi per portare a termine la missione, si legge su “la Stampa“.

La rivoluzione inglese di May: “Siamo il partito dell’uguaglianza”

Che non è solo la Brexit, è ridisegnare il Paese, dall’istruzione alle politiche fiscali, dalla sanità alla sicurezza. Domenica ha mostrato all’Unione europea che non ci sono piani B, che «Brexit means Brexit» e che lei è arrivata al 10 di Downing Street per portare a compimento il voto con cui 17 milioni di britannici hanno detto di chiudere con l’esperienza europea dopo 43 anni. Ieri il primo ministro da 84 giorni ha parlato al Regno Unito guardando oltre lo steccato tradizionale dei conservatori. Cercando anzi di conquistare altri territori. Ringraziando all’inizio David Cameron, lo ha chiuso nell’album dei ricordi. Il suo conservatorismo sarà diverso, sociale, niente Big Society, comunità che si autoregolano. Elogia lo Stato interventista, «serve per portare equilibrio e giustizia laddove individui, società e mercato da soli non riescono».

Conservatori a congresso: filtro ai confini, meritocrazia e più Stato

Schiaffeggia i manager, «non hanno fatto sacrifici dopo la crisi, quella l’hanno pagata gli altri, i comuni cittadini», e li mette sull’attenti (non solo loro): chi non paga le tasse verrà inseguito da questo governo. Cita la Thatcher («ci ha insegnato a seguire i sogni»), Churchill e Disraeli e a sorpresa un premier laburista, Clement Attlee, quello della ricostruzione. Poi si erge a paladino dei lavoratori. È qui che May va a caccia del nuovo centro gravitazionale. Vuole un governo incisivo, «che faccia cose buone» e un Partito conservatore alla stregua di un Partito della nazione che si espande a destra e a sinistra, socialmente inclusivo, ricchi e poveri, periferia, cittadine, campagne e Londra. Lì si annidano le élite liberali, «più attente ai rapporti internazionali che alla gente della strada». Per questo May dice: «Siamo noi il partito dei lavoratori», una frase che solo qualche lustro fa avrebbe fatto gridare allo scandalo. D’altronde i laburisti, titolari del marchio «partito dei lavoratori», dice «sono divisi e divisivi», «sono un partito dell’odio».