Sempre più studenti italiani prendono l’aereo e vanno a studiare all’estero

Sono sempre più numerosi gli studenti italiani che per andare a scuola, invece di salire sul bus, prendono l’aereo. Carichi di aspettative e desiderosi di conoscere il mondo, salutano mamma e papà e partono per tre-sei mesi, talvolta un anno, verso qualche paese straniero. Un’esperienza di vita, quella degli studi all’estero, che nell’anno scolastico 2015-2016 ha coinvolto circa 7.400 alunni delle superiori, il 111% in più rispetto al 2009. Hanno scelto per lo più mete anglofone, Stati Uniti in primis (38%; 13% Regno Unito), ma anche paesi dell’America centrale e meridionale (8%). Il 47% delle scuole – si legge in un servizio dell’Ansa – attesta che almeno uno dei suoi studenti italiani ha fatto un’esperienza di studio in una scuola estera nel 2015-16, soprattutto annuale (43%; 38% nel 2014). La scuola italiana perde un po’ di appeal tra gli studenti stranieri: in un anno sono diminuiti, da circa 3.200 a 2.800, i ragazzi non madrelingua che hanno scelto l’Italia come meta di studi. È quanto emerge dalla rilevazione 2016 dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca, condotta da Ipsos per Fondazione Intercultura.

I dati sui “viaggi” degli studenti italiani

Si parte soprattutto da Nord Ovest e Centro. In queste aree gli istituti con studenti italiani in uscita sono aumentati in un anno di 10 punti percentuali, raggiungendo rispettivamente quota 66% e 59%. Al Sud, dove la mobilità non si è mai diffusa quanto altrove, la percentuale scende da 38 a 31. I licei sono le scuole più “attive” (70%) e da nord a sud aumentano (+7%) i docenti che valutano positivamente quest’esperienza (49%).

Il 63% delle scuole è internazionale, ma la crisi le piega. Nel 2014 gli istituti che avevano aderito a progetti internazionali erano il 68%. Tra le cause del calo – afferma il 20% dei presidi – ci sono i tagli di budget. Diminuiscono poi i programmi di mobilità di classe o gruppo (si passa da oltre un terzo a poco più di un quarto di istituti che li promuovono; solo il 9% nel caso degli istituti tecnici) e solo il 57% delle scuole riesce a organizzare almeno un viaggio di istruzione all’estero per tutte o quasi tutte le classi (-9% su 2014). Segno meno anche per gli stage oltreconfine (dal 69% al 65%). Bene invece il Clil: oggi l’insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche coinvolge il 66% delle scuole, un raddoppio rispetto al 2014.

Dopo la mobilità, futuro in discesa. Ieri avevano studiato all’ estero, oggi sono laureati (84%), spesso con risultati brillanti (64%), conoscono due lingue, hanno un lavoro dipendente (75%), anche con cariche apicali (un terzo), e tanta soddisfazione in tasca: il 90% si dichiara complessivamente felice contro la media italiana del 67%. Tra gli 886 intervistati che hanno vissuto un’esperienza di studio all’estero tra il 1977 e il 2012, la metà ne ha vissuto un’altra negli anni successivi (48%) e un terzo (34%) ha conseguito un titolo di studio terziario fuori Italia. Oggi si occupano per lo più di marketing e comunicazione (la metà) e 3 su 4 sono soddisfatti della loro carriera, coerente con le aspirazioni. Il tasso di disoccupazione è inferiore al 9% contro una media nazionale del 14%. Sono una generazione inclusiva (64%), che sente di appartenere all’Ue (79% contro il 40% della media italiana), che non vuole controlli alle frontiere (solo il 14% è favorevole contro il 58%) e che con la mobilità ha cambiato il proprio modo di vivere: il 73% si definisce più propositivo e positivo.