Rao: «Il Msi fu il partito che pagò il più atroce prezzo di sangue». L’intervista

C’è una foto – quella in alto – che testimonia più di tanti racconti l’atmosfera che si viveva negli anni Settanta nelle sezioni missine: “Signor ministro, otto attentati in un mese nelle sedi del Msi: quanto arresti?”, c’era scritto su un cartello con cui sfilavano i militanti di Colle Oppio. Era un clima di persecuzione politica, da un lato, e di “disattenzione” da parte dei tutori dell’ordine pubblico, dall’altro, uno scenario inquietante che solo grazie al lavoro di qualche giornalista poco allineato è stato raccontato e messo al centro delle discussioni postume sugli anni di piombo e il terrorismo nero e rosso. Uno di questi è Nicola Rao (nel riquadro), giornalista e scrittore, che ha dedicato molti anni della sua vita a raccontare storie di eversione, s’è occupato del delitto Moro, ma anche di mafia e dell’attentato al Papa. A destra, però, è considerato un vero e proprio riferimento letterario sulla storia del neofascismo, del terrorismo nero, delle icone, delle vittime di destra e di tutto quel mondo che gravitava o si riconosceva nell’azione politica, talvolta in contrasto con il suo contorno, del Movimento sociale italiano, di cui da giovedì (in via della Scrofa, 43) si apre la mostra organizzata dalla Fondazione An.
Rao, nella sua “trilogia della celtica” lei ha raccontato l’universo parallelo – sinteticamente definito neofascista – che si muoveva intorno al Msi e che talvolta deviava lungo un percorso di violenza militante che spesso sfociò nell’eversione nera. Come svolsero il ruolo di “contenimento” il partito e i suoi leader, da Almirante a Rauti, negli anni di piombo?
«Il rapporto tra il Msi nel suo complesso e le frange più scalmanate, turbolente e violente, se non armate, del mondo neofascista è stato piuttosto difficile e non sempre lineare. Mi spiego meglio. Partiamo dalle origini. Non c’è dubbio – è documentato da più fonti – che la nascita stessa di un partito politico che radunò il “mondo dei vinti” incardinandosi nel gioco democratico-parlamentare ebbe l’effetto prima di  attutire e poi di assorbire le diverse istanze ribellistiche, rivoluzionarie e più o meno illegali che erano nate nell’immediato dopoguerra.  Penso ai Fasci di Azione Rivoluzionaria di Pino Romualdi e alla loro filiazione successiva di qualche anno dopo, la Legione Nera. Va quindi dato atto allo stesso Romualdi, ma anche ad Almirante e a un po’ tutti i “padri fondatori” del Movimento Sociale, di aver intuito che l’unica strada per i “fascisti in democrazia” era quella, appunto, politica e non quella della clandestinità armata. Meno limpido e più altalenante è stato il rapporto tra il Msi della seconda segreteria Almirante e le frange violente e armate nell’estrema destra. È anche vero che i tempi erano molto diversi. A partire dalla fine degli anni sessanta fino ai primi anni ottanta, i militanti della destra furono oggetto privilegiato delle “attenzioni” dell’antifascismo rosso e anche di certa magistratura militante. Non era facile quindi riuscire a gestire e controllare una spirale di attacchi e reazioni in cui c’era anche molto spontaneismo violento, pensiamo all’esperienza romana con la nascita dei Nar. Pur tuttavia, in molti ambienti giovanili la linea ambivalente che all’epoca veniva chiamata ‘’del manganello e del doppiopetto’’ adottata dalla segreteria Almirante, non fu né capita né apprezzata. Molti giovani  si sentirono “usati” dalla leadership missina che prima si appoggiava a loro nei servizi d’ordine e nell’autodifesa e poi li “scaricava”, di fatto disconoscendoli,  quando alcuni di loro “esageravano”. Il culmine di questa incomprensione fu rappresentato dalla decisione di Almirante di avviare una raccolta di firme per la pena di morte contro i terroristi e la sua famosa frase in cui chiedeva la ‘’doppia pena di morte’’ per i terroristi neri».
Il partito era compatto su questa linea?
«No. Per esempio era diversa la posizione di Rauti e dell’ambiente giovanile che a lui faceva riferimento, da subito fortemente critici verso questa linea “forcaiola”. Anche se poi lo stesso Rauti finì nel mirino dello spontaneismo armato che programmò persino  un attentato omicida nei suoi confronti, salvo un ripensamento dell’ultimo minuto dovuto all’intercessione di alcuni militanti vicini al mondo rautiano.  Insomma, il rapporto tra il Msi ed il terrorismo nero secondo me andrebbe ancora indagato e approfondito. Non dimentichiamoci peraltro che i Nar nascono all’interno dellì’Msi, non al di fuori di questo partito».
Che differenze ci sono rispetto all’atteggiamento del Pci nei confronti delle Br e di quella zona “grigia” che aleggiava tra i due mondi?

«Ci sono molti punti di contatto tra le due vicende. In entrambe i partiti ufficiali non solo presero le distanze ma condannarono e combatterono apertamente i terrorismi della rispettiva parte politica. Della battaglia contro il terrorismo nero di Almirante ho appena detto. Ma ricollegandomi al discorso appena fatto, c’è una differenza fondamentale: mentre il terrorismo rosso nasce per lo più dalle ceneri dei gruppi extraparlamentari di sinistra (in primis Potere operaio e Lotta Continua), il terrorismo nero (da Concutelli a Cavallini fino ai Fioravanti e Alibrandi, ma anche Mambro, Nistri e Pedretti, tanto per fare i nomi dei militanti piu’ noti di allora)  prende le mosse all’interno di alcune sezioni del Msi e del Fuan».

Il Msi ha pagato un prezzo molto alto al conflitto ideologico di quegli anni e ha avuto i suoi martiri, decine. Di quali sentimenti si nutriva la militanza giovanile negli anni Settanta: furore ideologico, anticonformismo, rabbia o ideali veri, sinceri, puri?

«È un dato oggettivo che il partito che ha avuto il maggior numero di vittime tra i suoi militanti sia stato il Movimento Sociale Italiano. Soltanto a Roma in dieci anni si contano 12 vittime, tutte giovani, in alcuni casi giovanissime. Il rogo di primavalle, dell’aprile 1973, con la sua crudeltà bestiale e disumana, diede il via alla mattanza. Costringendo una intera generazione di militanti a fare i conti con una realtà forse inimmaginabile e comunque terribile. Una realtà in cui si  ritrovarono ad essere considerati le persone più odiate e disprezzate del Paese. La schiuma della terra. Parliamo spesso di adolescenti di quindici-sedici anni che venivano insultati, minacciati, vilipesi, picchiati davanti o dentro le scuole. Il martirio di Sergio Ramelli a Milano è paradigmatico in questo senso. Ecco, tutto questo fece si che nel giro di qualche anno, accanto ai riferimenti più o meno diretti al fascismo o in generale alla cultura fascista, crebbero sentimenti e stati d’animo meno politici, come la rabbia, la voglia di reagire e dii vendicarsi. Quanto alla preparazione o alla consapevolezza politica dei militanti dell’epoca, io non credo che un sedicenne o un diciassettenne possa aderire a un movimento politico per motivazioni strettamente ideologiche. Le molle sono sempre prepolitiche o comunque metapolitiche. La voglia di ribellione, l’anticonformismo, l’eroismo, fattori estetici o persino lirici, in alcuni casi amicali, emozionali, conoscenze di quartiere. In diversi casi eredità politiche familiari».

Una vittima per tutti, Mario Zicchieri, ucciso in un agguato davanti alla sezione del Msi del quartiere Prenestino a Roma. Era il 29 ottobre 1975. Un delitto senza colpevoli, dopo 40 anni: perché?

«In realtà l’omicidio di Mario Zicchieri, al di là delle conclusioni processuali, è stato  messo a fuoco nel corso delle indagini. Il giovane ZIcchieri fu vittima di un  gruppo armato reduce da Potere Operaio e che di li’ a poco diverrà il nucleo fondatore delle Brigate Rosse a Roma, come mi ha anche confermato il superpentito delle Br, Antonio Savasta, che faceva parte di quel gruppo anche se con un ruolo logistico, nel mio libro “Colpo al cuore”».

La Fiamma e la celtica cosa rappresentavano nell’immaginario del militante di destra che faceva una scelta di impegno politico “democratico”, nel Msi?

«La ringrazio per aver citato il titolo del mio libro più fortunato sulla storia del neofascismo. In realtà la fiamma e la celtica sono stati i due simboli piu’ noti, amati e potenti dell’universo dei “vinti”, dal dopoguerra ai giorni nostri. La fiamma era il simbolo del partito, della sua storia, della sua struttrura, del suo establishment, negli anni diventò il simbolo della linea trattativista, parlamentarista e istituzionale del Msi. La celtica invece fu per diversi anni il feticcio dei giovani, dei “rivoluzionari”, degli “arrabbiati”, ma per molti rappresentò anche un tentativo di uscire dalle secche del nostalgismo fascista anche a livello simbolico. Inizialmente, diciamo dal 1946 ai primi anni settanta, la fiamma tricolore era praticamente l’unico simbolo di riferimento per l’intera comunità umana e politica che si ritrovata nel Msi. Ma poi, all’interno degli ambienti giovanili e rautiani cominciò a crescere il “mito” della croce celtica che tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta si diffuse a macchia d’olio, acquisendo un significato spesso mitopoietico. Ma in alcuni casi anche un significato politico,  quando ad esempio ci furono forti contrapposizioni  con la leadership almirantiana».

Oggi cos’è rimasto di quel mondo che si muoveva a cavallo tra la suggestione nostalgica e quella utopistica che lei ha raccontato, tra dolore e orgoglio, in tante vicende umane?

«Oggi a livello politico restano un partito, Fratelli d’Italia, che si richiama più o meno direttamente a quelle origini, diversi movimenti e partiti più piccoli che ne rivendicano il legame e una serie di persone, che pur avendo intrapreso percorsi differenti, continuano a mantenere un legame profondo con quella storia».

La comunità missina, più circoscrivibile rispetto a quella generica della destra italiana, esiste ancora nelle sue diverse declinazioni politiche o restano solo foto e documenti in bianco e nero o consumati dal tempo in una mostra postuma?

«Ecco, come ho appena detto, credo che la comunità missina esista ancora e la si può individuare trasversalmente rispetto alle rigide divisioni partitiche. C’è un gruppo di parlamentari e politici presente in Forza Italia che rivendica le proprie origine missine, di Fratelli d’Italia abbiamo già detto, ma persino nella Lega di Salvini ci sono dirigenti che hanno cominciato la propria militanza tra le file del Msi. Così come professionisti nei vari campi, medici, avvocati, giornalisti, scrittori, finanche qualche regista o attore. La storia del Msi è la storia di una grande passione. Una grande passione che ha contagiato, avvolto e travolto intere generazioni di giovani, molti dei quali hanno attraversato o anche solo sfiorato quel mondo. E a molti di loro questa esperienza è rimasta dentro».