A quest’Italia tutta “chiacchiere e distintivo” manca soprattutto audacia

Audacia. È questa la parola che manca all’Italia. Da tempo, purtroppo. Da quando – è passato, poco più di un secolo – Benito Mussolini, ormai ex-direttore de l’Avanti!, la scelse per lo squillante titolo del suo editoriale sul primo numero del Popolo d’Italia, il foglio interventista che in quell’ottobre del 1914 ancora si definiva “socialista” e che a guerra iniziata si sarebbe trasformato nel giornale “dei combattenti e dei produttori”. In quella infuocata temperie, che archiviava l’irenismo della Belle epoque, l’audacia fu invocata per entrare in guerra e impedire ai kaiser degli Imperi centrali di germanizzare l’Europa. Oggi, tutt’al più, servirebbe per uscire dall’austerity imposta dall’euro a trazione tedesca. Sia come sia, ora come allora abbiamo bisogno di uno scatto di reni collettivo, di un richiamo forte che ci faccia ri-sentire popolo, cioè comunità di valori e di destino, capace di affrontare e superare i tornanti della storia.

È questa la nostra priorità. Più del lavoro, più della ripresa economica, più dell’ossessione del fiscal compact, perché solo un popolo che abbia coscienza di sé, del proprio ruolo e della propria storia può fissare e raggiungere mete ambiziose, sebbene oggi il convento del mainstream nazionale non passi che l’aspirazione a diventare le crocerossine del Mediterraneo. Eppure, vivaddio, siamo italiani. Come i tanti – non basterebbe un obelisco egizio a contenerne i nomi – cui l’umanità deve moltissime delle sue conquiste. Abbiamo per secoli irradiato cultura nel mondo, ma non ne sembriamo consapevoli. Di certo non ne siamo orgogliosi. Più del deficit di bilancio, dovrebbe infatti preoccuparci quello di autostima. Non per niente Giuseppe Prezzolini sosteneva che fosse «quella del carattere» l’urgente riforma di cui abbisognassimo mentre in tempi più ravvicinati Francesco Cossiga titolò “Italiani sono sempre gli altri” un suo libro proprio per marcare a fuoco il vizio tutto nostrano di prendere le distanze da noi stessi. E infatti nessuno riesce più di noi a parlar male di noi. Forse è per questo che ci inorgoglisce più Gomorra che la Gioconda e ci sembra molto più in linea con la nostra antropologia uno Schettino in fuga che i suoi e nostri connazionali riusciti nell’impossibile impresa di raddrizzare la semiaffondata Concordia e ricondurla in porto.

È come se vivessimo in una perversa spirale che ci spinge a denunciare – contro ignoti, ovviamente – i difetti che noi stessi alimentiamo. D’altra parte siamo gli unici a celebrare sconfitte militari e guerre civili con tanto di parata e fanfare, salvo poi sfoggiare amor patrio su suolo straniero, proprio come se l’Italia potesse essere bersagliata dall’autocritica ma non dalla critica. Il guaio è che ci sentiamo da trasferta, come una squadra di calcio che si esalta a giocare fuori casa per poi steccare terribilmente davanti al proprio pubblico. Quando è così, anche il più “bamba” degli allenatori capisce che il problema non sta nei piedi, ma nella testa. E l’Italia soffre nella testa, nel suo deficit di memoria collettiva, nel suo immobilismo, nel costante rifiuto delle sue elite di osare e di pensare in grande. Soffre, in poche parole, di mancanza di audacia. Ma per la sua cura, purtroppo, non basta la parola.