Presente di Ramelli, la Corte d’Appello: «Il saluto romano non fu reato»

Fare il saluto romano non è “sempre” reato… Hanno compiuto «gesti rituali del disciolto partito fascista, ma non è chiaro se il loro comportamento abbia superato il confine della commemorazione per giungere alla condotta diffusiva della ideologia». Lo scrive la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui ha confermato l’assoluzione, decisa dal gup il 10 giugno del 2015, di Marco Clemente e Matteo Ardolino, esponenti di CasaPound accusati di apologia del fascismo per avere fatto il saluto romano durante la commemorazione ( il 29 aprile 2014 a Milano) dello studente Sergio Ramelli, ucciso a colpi di chiavi inglese da esponenti di Avanguardia operaiaEnrico Pedenovi, avvocato, consigliere provinciale del Msi ex decima Mas, ucciso a colpi di pistola sotto casa da un commando di Prima Linea, e Carlo Borsani, repubblichino ucciso dai partigiani.

Saluto romano, solo commemorazione

Il sostituto procuratore generale Annunziata Ciaravolo, insieme all’Associazione nazionale partigiani  che si era costituita parte civile, aveva chiesto la condanna a 6 mesi di reclusione per i due imputati di CasaPound “colpevoli” di aver fatto il saluto romano durante la commemorazione dello studente del Fronte della Gioventù ucciso il 29 aprile 1975. La Procura aveva ribadito testualmente «la sussistenza negli imputati della volontà diffusiva della ideologia fascista, intrinsecamente connessa alla modalità della manifestazione commemorativa». E giù castelli di teorie sulla pericolosità del saluto romano accomunato alle bandiere con le croci celtiche, altro oltraggio “simbolo del male”. Nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello del 21 settembre 2016, rese note in queste ore, si conferma il verdetto impugnato dalla Procura spiegando che «non vi è dubbio» che ci sia stata da parte di Clemente e Ardolino, difesi dai legali Vanessa Bonaiti e Jacopo Cappetta, il richiamo all’ideologia del fascismo (tra cui l’uso di «bandiere con croci celtiche, la chiamata al presente e il saluto romano», ma, scrive il giudice che conferma l’assoluzione, «appaiono dubbie la volontà e la capacità diffusiva della manifestazione stessa». Una motivazione che gioca sul filo dell’italiano e si arrampica sul crinale del politicamente corretto per non scontentare i reduci dell’antifascismo militante e insieme evitare una condanna ridicola.