Ecco perché il Nobel a Bob Dylan segna la fine della civiltà del libro (VIDEO)

Con il riconoscimento del 1997 a Dario Fo c’era stato il primo avvertimento, la certificazione è arrivata giovedì mattina con il Nobel per la letteratura a Bob Dylan: signori, il libro è morto. Quello stilato dagli accademici di Stoccolma è un vero e proprio certificato di morte per l’oggetto depositario del sapere, il totem della cultura per le generazioni degli ultimi secoli. Chi si straccia le vesti ed evoca tutti i Nobel che non sono stati assegnati ai grandi della letteratura (da Borges a Roth) non ha colto il segnale più importante mandato dall’accademia svedese. Nel 2016 circoscrivere la Letteratura (quella con la elle maiuscola) a un supporto cartaceo e, alla parola scritta in generale, è riduttivo. Oggi una canzone, una serie tv, un film, persino una campagna pubblicitaria, incidono più di un testo scritto nella vita culturale di una nazione. La carta stampata, la riprova arriva dall’inarrestabile declino della vendita dei giornali, è destinata a diventare un oggetto per collezionisti. I nostri figli, ma ancora di più i nostri nipoti, daranno al libro lo spazio che si dedica a un quadro o a un raro cimelio. Quella degli accademici svedesi va letta come scelta eccentrica? Solo nel senso ideologico. Premiare Bob Dylan significa ricondurre il premio al solito alveo politico: quello che ha come precondizione l’essere legati a doppio filo con la sinistra culturale.

Chi ha letto l’ultimo libro di Bob Dylan?

La motivazione del Nobel per la letteratura al cantautore americano («Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana») non basta a riprendersi dallo choc. Ma è una rivoluzione epocale che può sorprendere come la morte di un vecchio zio ormai ultracentenario. Non ci avevano allarmato i segnali arrivati nel tempo. Il crollo della vendita dei libri, ma soprattutto la latitanza dei lettori. Chiedere “Che libro stai leggendo?” è diventata una domanda capace di creare imbarazzi anche nell’interlocutore più insospettabile. Le stesse lezioni universitarie ormai sono su podcast, su video, in formato audio. Il libro resta come supporto, non più come punto di riferimento assoluto. A dare il colpo di grazia al libro ci hanno pensato gli autori della domenica. Dal collega di lavoro alla vicina di casa, dall’amministratore di condominio al barista che ci serve il caffè, capita sempre più spesso di trovare uno “scrittore”. Insomma, non sanno dirti l’ultimo libro che hanno letto, ma ti squadernano quello che hanno appena scritto e pubblicato, ovviamente a loro spese.

Dopo Bob Dylan toccherà a un regista?

Certo, il paradosso di due premi Nobel, Dario Fo e Bob Dylan, che insieme “non fanno” un libro, è come un cazzotto nello stomaco di chi finora è vissuto nella logica che per vincere un premio per la letteratura si debba almeno avere scritto qualcosa. Ma scandalizzarsi è come aver dato per morta la letteratura con la fine dei papiri o delle tavolette d’argilla. Del resto, Omero non ha mai scritto una riga eppure qualche influenza nella letteratura l’ha avuta. E la parola stampata, di fatto, ha una sua diffusione popolare da appena tre secoli. Quindi per il futuro aspettiamoci premi a fumettisti, registi cinematografici, attori. E, se capita, persino a qualche scrittore.