Niente storie, Bob Dylan è un poeta. Tacciano Baricco e gli altri invidiosi

Bob Dylan può non piacere, soprattutto per il suo essere icona, ormai storica, di tutto il progressismo, il pacifismo e il sinistrume vario che dagli anni Sessanta, cioè da mezzo secolo almeno, si insinua nelle menti di ogni generazione di adolescenti al suo apparire sulla scena pubblica. Ciò non toglie però che Dylan sia un poeta. E un poeta autentico, al di là del mezzo in cui esprime il suo lirismo: non la penna e la carta, ma la chitarra e l’armonica.

Non è quindi stravagante la scelta dell’Accademia di Stoccolma che gli ha assegnato il Nobel per la letteratura Quello che si può recriminare è semmai il fatto che si tratta dell’ennesima scelta politicamente orientata, l’ennesimo tentativo di imporre un simbolo della cultura progressista alla venerazione delle masse. Ma rimane il fatto che le strofe delle canzoni di Dylan non erano strofe, ma versi cantati. Come nella celebre canzone Blowin in The Wind.  «Quante strade deve percorrere un uomo/ prima che lo si possa chiamare uomo?/ e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba/ prima che possa riposare nella sabbia?/ e quante volte i proiettili dovranno fischiare/ prima di venir banditi per sempre?/ La risposta, amico mio, soffia nel vento/ La risposta soffia nel vento». È poesia o no? Da cinquant’anni queste parole sono cantate da milioni di ragazzi. E furono cantate anche al Giubileo del 2000. Ma già nel 1997 Dylan si era esibito, al Congresso Eucaristico di Bologna, davanti a Papa Wojtyla e 100.000 giovani venuti da tutta Italia.

La stravaganza vera legata al Nobel assegnato a Dylan è la reazione indignata della corporazione internazionale degli scrittori. In Italia, ha dato fiato al livore dei letterati invidiosi un personaggio ultravezzeggiato dai media e dall’establishment  come Alessandro Baricco. «Non riesco a capire che cosa c’entri con la letteratura». A esprimere il loro dissenso sono stati anche Irvine Welsh, Haruki Murakami, Jonathan Franzen. Bravi scrittori, che al Nobel avevamo probabilmente fatto un pensierino e che ora si vedono scippati da un “menestrello”. Eppure lorsignori dovrebbero sapere che, al tempo dell’antica Grecia, poesia e musica erano inseparabili. In fondo, al netto della vicenda politica, la scelta dell’Accademia di Stoccolma è un ritorno alle origini.