Mps, grazie a Renzi e Padoan la banca americana fa asso pigliatutto

Ministri del governo che caldeggiano amministratori delegati graditi alla banca americana; la banca americana che potenzialmente guadagna miliardi di euro a discapito dei risparmiatori italiani; un conflitto di interessi colossale tra controllati, controllori e attori concorrenti che diventano proprietà di un unico soggetto, la stessa banca americana. È un coacervo di interessi privati, contraddizioni pubbliche e rischi per i risparmiatori la vicenda della ristrutturazione di Mps, al centro di un dettagliato editoriale di Ferruccio de Bortoli, che spiega come e perché l’unica a beneficiarne davvero – e molto -potrebbe essere Jp Morgan, con una complicità per lo meno passiva del governo. «Un’opaca vicenda bancaria», è il titolo dell’editoriale, nel quale si legge che «il senso di responsabilità nazionale non ci impedisce, anzi ci impone di avanzare qualche scomoda questione».

Per Mps un Ad gradito agli americani

Nel suo lungo intervento sul Corriere della Sera, l’ex direttore ricostruisce l’avvicinamento di Jp Morgan a Mps, partendo dalle concitate fasi del rinnovo del managemen. «È il 7 settembre. Il ministro dell’Economia Padoan, su incarico di Renzi, chiama il presidente Massimo Tononi, per dirgli “da ambasciatore” di licenziare l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Il Tesoro ha solo il 4 per cento della banca quotata in Borsa. Tononi non gradisce la procedura irrituale e qualche giorno dopo si dimetterà», scrive de Bortoli, spiegando pure che «il ministro gli dice che il nome c’è già. È Marco Morelli, professionista molto apprezzato, ma con un passato nell’istituto senese». Più avanti de Bortoli ricorda che «gli americani preferiscono Morelli, che ha lavorato con loro».

Un accordo segreto tra governo e Jp Morgan

«Gli organi societari, in questa circostanza – prosegue de Bortoli – sono ridotti a soprammobili. Gli altri azionisti non contano nulla. L’incarico al cacciatore di teste, una finta. La forzatura è figlia di un accordo tra il governo e la banca americana Jp Morgan del quale non sappiamo nulla». Dunque, il presidente di Longanesi lamenta l’assoluta mancanza di trasparenza in questa vicenda che, in caso di fallimento del tentativo di salvataggio da parte di Jp Morgan, «coinvolgerebbe l’intero governo, complicando la soluzione B (capitale pubblico), che pure si sta studiando».

Cassa depositi e prestiti a rischio di «perdere tutto»

E nulla si sa anche dei termini di questo, se non che – nella ricostruzione di de Bortoli – per come stanno ora le cose «se qualcosa dovesse andare storto, la banca d’affari si prenderebbe tutti i 28 miliardi a un prezzo effettivo di 18 centesimi contro i 33 riconosciuti alla banca, di cui 27 pagati subito. Il margine di guadagno potenziale sarebbe elevatissimo. E Atlante, cui partecipano 69 istituzioni italiane, compresa la Cassa depositi e prestiti con i soldi del nostro risparmio postale, perderebbe tutto».