È morto Andrzej Wajda, il regista che raccontò l’orrore del comunismo

Andrezej Wajda, addio al regista combattente. Il cineasta de L’uomo di marmo è morto la notte scorsa a Varsavia all’età di novant’anni. Se la Polonia è oggi un Paese libero, lo si deve anche a questo maestro del cinema che non s’è mai stancato di denunciare nei suoi film l’orrore del comunismo e del suo sistema di annullamento della persona.

Wajda l’anticomunismo ce l’aveva nell’anima. Suo padre, ufficiale della cavalleria polacca, fu assassinato dai sovietici nella strage del 1940 ricordata come le Fosse di Katyn. Quell’eccidio fu raccontato da Wajda in un film del 2007. Ne L’uomo di marmo il regista polacco denunciò la mistificazione ideologica allora in atto nei regimi comunisti ai danni dei lavoratori: la storie del film trae spunto dalla vicenda di un operaio stakanovista cui il regime pensò  di dedicare una statua di marmo. Uscita nel 1977, la pellicola precedette di pochi anni la rivolta di  Solidarnosc contro il sistema comunista. Ne L’uomo di ferro, del 1981, Wajda raccontò la storia degli scioperi che si erano svolti l’anno precedente e la lotta per la nascita dei sindacati liberi. Il regista ha concluso la sua serie di film sulla rivolta anticomunista in Polonia con un film dedicato nel 2013 al leader di Solidarnosc, Walesa – L’uomo della speranza.

Il suo ultimo film, Immagini residue, dedicato a un artista vittima, nel dopoguerra, repressioni dovute al rifiuto di piegarsi alle norme del realismo socialista , è considerato una sorta di testamento spirituale: «Immagini residue – spiegava Wajda – è il ritratto di un uomo integro, un uomo sicuro delle proprie decisioni, un uomo dedito a un’arte di non sempre facile apprendimento».