Morta dopo aborto: il medico non era obiettore, ma il Pd vuole creare il caso

Interviene il Pd sul caso della donna deceduta il 17 ottobre all’ospedale di Cannizzaro, in provincia di Catania, per le complicazioni di una gravidanza gemellare, indotta con la procreazione assistita in un’altra struttura, insorte alla diciannovesima settimana. E subito questo dramma finisce per diventare oggetto di un attacco all’obiezione di coscienza. Secondo quanto dichiarato dai familiari della vittima, infatti, il medico di turno avrebbe rifiutato di praticare l’aborto perché obiettore di coscienza. La circostanza cavalcata dalla senatrice Emilia De Biasi, però, allo stato attuale non trova riscontro: nella cartella clinica, immediatamente acquisita dai magistrati, non risulta che il medico di turno fosse obiettore.

Il Pd chiede di “schedare” le obiezioni di coscienza

«Ancora una morte materna! Cosa si aspetta a varare il registro delle morti materne e a fare qualcosa di concreto perché questo tragico fenomeno si interrompa?», è la prima, condivisibile richiesta dell’esponente Pd, la quale però poi si spinge oltre chiedendo «ufficialmente» che il ministro Beatrice Lorenzin, che ha già disposto un’ispezione ministeriale, avvii anche «un’indagine seria sull’obiezione di coscienza nel nostro Paese, Regione per Regione, Ospedale per Ospedale per verificare fino in fondo la reale applicazione della Legge 194 a tutela della salute della donna». Una presa di posizione che, allo stato delle conoscenze sul caso, appare come un tentativo di mettere in discussione un diritto garantito ai medici dalla legge e, soprattutto, abbattere anche gli ultimi paletti a tutela della vita contenuti nella Legge 194.

L’aborto non era sottoposto alla scelta del medico

Nel caso in questione, poi, come ricordato dallo stesso direttore sanitario dell’ospedale, Angelo Pellicanò, a nessun titolo si potrebbe parlare di obiezione di coscienza, poiché «non c’era un’interruzione volontaria di gravidanza, ma obbligatoria chiaramente dettata dalla gravità della situazione». «Io escludo che un medico possa aver detto quello che sostengono i familiari della povera ragazza morta, che non voleva operare perché obiettore di coscienza», ha quindi aggiunto Pellicanò, per il quale «se così fosse, ma io lo escludo, sarebbe gravissimo, ripeto perché il caso era grave».

Il caso resta aperto

Nella denuncia dai familiari, depositata in procura dal legale della famiglia, l’avvocato Salvatore Catania Milluzzo, si riporta, tra l’altro, che quando la donna il 15 ottobre scorso entrò in crisi «dai controlli emerse che uno dei feti respirava male e che ci sarebbe stato bisogno di intervenire, ma il medico di turno si sarebbe rifiutato perché obiettore: “fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto loro». La stessa cosa avrebbe ripetuto, secondo l’esposto, sul secondo feto: «Lo avrebbe fatto espellere soltanto dopo che il cuore avesse cessato di battere perché lui era un obiettore di coscienza». Circostanza di cui nella cartella clinica non c’è alcuna evidenza, tanto che gli stessi magistrati fanno sapere che la denuncia dei familiari «al momento non trova alcun riscontro» in un atto ufficiale e documentale, qual è la cartella. Inoltre, in ogni caso, sarebbe stato poi necessario stabilire un rapporto di causa ed effetto tra la morte dei due feti e quella della puerpera con la presunta, e non accertata, dichiarazione di obiettore di coscienza del medico intervenuto. Le indagini comunque non sono chiuse e si attende l’esito dell’autopsia per poter chiarire meglio il quadro clinico in cui è avvenuto il decesso della 32enne.