Mafia, Gasparri: “Le agende di Ciampi andavano chieste quando era vivo”

«Ha il sapore della beffa la decisione della Procura di Palermo che chiede l’acquisizione delle agende di Ciampi del 1993 per capire cosa accade in quella torbida fase della vita repubblicana». Lo dice il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri dopo la notizia che sarà la corte d’assise, che celebra il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, a decidere se chiedere al Quirinale le agende dell’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, custodite nella sede della Presidenza della Repubblica. Si tratta di 22 diari scritti da Ciampi quando era premier, in particolare tra il 1993 e il 1994, gli anni in cui Cosa nostra sfidò lo Stato con gli attentati nel Continente. «Bisognava spingere Ciampi – a parlare quando era in vita ed era ancora in condizioni di farlo.  Ma Ciampi si rifiutò quando ancora poteva e doveva dire la verità. Conso, il suo ministro della Giustizia, si prese le colpe solitarie della cancellazione del carcere duro ai boss mafiosi. Ma era evidente che il suo atto era volto a coprire le responsabilità di altri».

Gasparri: “Ciampi e Scalfaro cancellarono il 41 bis”

«Furono Ciampi e Scalfaro, uno a Palazzo Chigi e l’altro al Quirinale, a decidere la cancellazione del 41 bis, per quella che fu una vera e propria resa dello Stato alla mafia. Oggi – prosegue Gasparri – si processano gli innocenti dopo aver lasciato impuniti i colpevoli che nessuno potrà più giudicare, almeno su questa terra. Gli accertamenti postumi serviranno a ben poco, ma bisognerebbe aprire uno squarcio di verità dopo la retorica che anche nei giorni scorsi ha accompagnato il ricordo della figura di Ciampi. Mi chiedo se, proprio per evitare discussioni su queste materie, il ricordo di Ciampi che si svolgerà martedì al Senato non vedrà la possibilità di interventi dei gruppi parlamentari o di singoli senatori». Per il vicepresidente del Senato, «contrariamente alla prassi, ci sarà infatti un solo intervento. Giusto fare una commemorazione con formalità solenni, ma è anche giusto cercare la verità nelle pieghe della storia della Repubblica».