L’ultimo dispetto di Caprotti: “Via i miei quadri da Milano, il Manet vada al Louvre”

Tra le ultime volontà di Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, spunta a sorpresa anche un dispetto alla città di Milano. L’imprenditore scomparso venerdì a 90 anni, ha cancellato tutte le donazioni di dipinti e opere d’arte previste. E non donazioni di poco conto. A trarne vantaggio sarà infatti il Museo Louvre di Parigi al quale verrà donato l’olio di Manet, La vergine col coniglio bianco («con l’onere che venga esposto accanto al Tiziano originale»). Il motivo del dietrofront di Caprotti? È ben spiegato nel testamento, per una donazione effettuata nel 2013: «Avendo donato alla Pinacoteca di Milano un dipinto di scuola leonardesca di possibile grande interesse ed ingente valore, ed avendo da ciò ottenuto una esperienza molto negativa, fino al dileggio da parte degli studiosi e degli esperti dell’istituzione medesima, segnatamente Monsignor Buzzi e tale Marani, cancello le donazioni previste alla Galleria d’Arte Moderna della città di Milano».

Caprotti donò un’opera leonardesca che fu “dileggiata” dagli studiosi

La storia fece scalpore tra i critici d’arte. Il proprietario di Esselunga, nel gennaio del 2007 aveva acquistato a un’asta di Sotheby’s, per 656mila dollari, una Testa di Cristo attribuita al suo omonimo Gian Giacomo Caprotti, artista del Cinquecento, noto come il Salaì, ragazzo di bottega, allievo, modello e compagno di vita di Leonardo. Tra le ipotesi al vaglio degli studiosi la possibilità che la tavola fosse un ritratto realizzato addirittura dallo stesso Leonardo. Ipotesi prontamente demolita da Pietro Marani, ritenuto uno dei maggiori esperti di Leonardo: «È un’opera di alta qualità, ma non ha il vigore, la plasticità, la forza di Leonardo». Il patron di Esselunga evidentemente non ha gradito neppure la freddezza di monsignor Franco Buzzi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana, sull’opera donata da Caprotti.

Caprotti: “Non vendete Esselunga alle coop rosse”

La parte che ha fatto più discutere nel testamento di Caprotti è però la disposizione che riguarda Esselunga. «È diventata “attrattiva”. “Però è a rischio. E’ troppo pesante condurla, pesantissimo “possederla”, questo Paese cattolico non tollera il successo. Occorre trovare, quando i pessimi tempi italiani fossero migliorati, una collocazione internazionale. Ahold sarebbe ideale Mercadona no». Nel testamento redatto due anni fa il fondatore di Esselunga, scomparso venerdì scorso, mette nero su bianco la sua posizione sul futuro dell’azienda. E lo fa citando Ahold, gruppo con base in Olanda convolato questa estate a nozze con la belga Delhaize per dar vita a un colosso presente in 22 Paesi (non in Italia) e un fatturato quasi 10 volte superiore a quello di Esselunga. «Attenzione: privata, italiana, soggetta ad attacchi, può diventare Coop. Questo non deve succedere» è l’altolà scandito fino all’ultimo dell’imprenditore. Insomma, vendere a tutti, tranne che alle coop rosse.