L’Italia processa (ma senza di lui) il terrorista che si è lasciata scappare

L’Italia se lo è lasciato scappare. E ora lo processa in contumacia. Monsef El Mkhayar, presunto foreign fighter marocchino di 21 anni accusato di terrorismo internazionale e destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare ma latitante, perché si troverebbe in Siria a combattere con le milizie del sedicente Stato Islamico, è stato rinviato a giudizio dal gup di Milano, Sofia Fioretta e sarà processato il 14 dicembre prossimo davanti alla Corte di Assise di Milano.
L’islamico, stando alle indagini coordinate dal pm Piero Basilone, nei mesi scorsi via Facebook aveva scritto che se rientrerà in Italia si farà «esplodere».
Dall’inchiesta, chiusa lo scorso luglio, era emerso un percorso di «progressiva radicalizzazione» da parte di Monsef ma anche di un amico, Tarik Aboulala, anche lui marocchino di 21 anni e che è morto nei mesi scorsi in un combattimento in Siria. I due erano stati affidati nel 2010, da minorenni, alla Comunità Kayros di Vimodrone e, da maggiorenni, si erano trasferiti in un appartamento a Milano.
Come risulta dalle testimonianze raccolte nell’inchiesta, Monsef aveva sempre «dato problemi per la precaria situazione familiare, il precoce uso di alcol e droghe e il carattere aggressivo».
Definito «estremista» e «pervaso da fanatismo religioso», avrebbe cercato anche di inculcare in altri giovani le sue idee che già all’epoca avevano sposato quelle di Al Qaeda.
Finito in carcere nel 2013, poi, una volta uscito ha iniziato a frequentare «assiduamente» la moschea di viale Padova, a parlare solo di Corano e Maometto ed è arrivato fino a rinunciare, nell’estate 2014, alle vacanze «per seguire alcuni fratelli musulmani in visita a moschee e centri islamici nel nord Italia».
Proprio in questo periodo è riuscito anche a convincere l’amico Tarik, con cui condivideva casa, a seguirlo «verso la strada di Allah». Il 17 gennaio 2015, i due sono partiti da Bergamo per Istanbul per poi raggiungere in pullman la Siria, come dimostra una foto pubblicata il giorno dopo sul profilo Facebook di Monsef. A quel punto, i loro cellulari non hanno dato più segnali per tre mesi, periodo nel quale hanno seguito «l’addestramento militare» del Califfato.
Hanno riacceso i telefoni nell’aprile successivo quando, ancora su Facebook, sono comparse alcune foto in cui Monsef era ritratto «in abbigliamento paramilitare mentre imbraccia un fucile» e mostra una «carta d’identità» rilasciata dall’Isis. Sempre lui nel dicembre successivo ha aperto un altro profilo con un nuovo nickname per fare proselitismo, mentre già a luglio i due avevano contattato un loro amico marocchino tramite WhatsApp per convincerlo a raggiungerli.
Davanti al suo rifiuto, sono partite le minacce con Tarik che, il 4 dicembre scorso, gli ha scritto: «Quando arrivo là ti taglio la testa. Hai visto Francia, Francia», facendo riferimento agli attentati di Parigi di novembre. Poco dopo lo stesso Tarik è stato ucciso in combattimento, mentre l’amico, come risulta da ulteriori indagini, ha iniziato ad aprire e chiudere profili Facebook per il proselitismo e in un messaggio comparso in Rete nei mesi scorsi ha promesso che se tornerà in Italia si farà «esplodere». Gli investigatori hanno registrato, ancora fino a qualche settimana fa, i contatti di Monsef con i suoi familiari in Italia, che cercano ancora di convincere il giovane ad abbandonare la strada dell’estremismo.