Anche la Lazio ebbe il suo Totti leggendario: si chiamava Silvio Piola…

Mezza, Piola, Sentimenti IV, Combi… quante vuole abbiamo sentito dai nostri padri e dai nostri nonni questi nomi leggendari del calcio, ormai un po’ dimenticati, soprattutto dai giovani. Forse solo quelli di Meazza e Piola rimangono ancora presenti nell’immaginario collettivo italiano: si tratta di due degli attaccanti più forti che abbiamo avuto. Ma oggi ricordiamo, a vent’anni dalla morte, avvenuta a Gattinara nel Vercellese nel 1996, Silvio Piola, classe 1913, che ancora detiene il record del goal segnati in serie A, ben 274, record insidiato oggi dalla bandiera della Roma Francesco Totti, che lo insegue a breve distanza. I goal sarebbero veramente 290, contanti anche i 16 in cui giocò nella Divisione nazionale nel 1945-46. Ma Piola, che fu una leggenda della Lazio, ha molto altro in comune con Totti: anche lui fu un giocatore longevo, anche lui giocò – e segnò – dopo i quarant’anni. Anzi, la sua ultima partita in Nazionale la giocò nel 1952, alla soglia degli “anta”.  Detiene anche il singolare record del numero dei goal segnati in una sola partita, sei, nel 1933, record che poi fu eguagliato nel 1961 da Omar Sivori. Era infatti uno dei nostri più forti centravanti, anche se allora si diceva centrattacco, e fu uno dei protagonisti della seconda vittoria dell’Italia ai Mondiali francesi del 1938. Su Silvio Piola sono stati scritti migliaia di articoli, moltissimi libri, ha rilasciato dopo il pensionamento moltissime interviste; non c’è nulla di lui che non sia già stato scritto. Se ne occupò a lungo anche il grande Gianni Brera. Pertanto ne riassumeremo brevemente la carriera, per ricordarlo in questo anniversario.

Silvio Piola ci lasciava venti anni fa

Silvio (Gioacchino Italo) Piola nacque – per caso – a Robbio, nel Pavese, da una famiglia della provincia di Vercelli che si trovava colò per motivi di lavoro. Tra l’altro, la madre era la sorella del portiere titolare dell’allora fortissima Pro Vercelli, Giuseppe Cavanna, che ebbe un ruolo non secondario nella crescita sportiva di Silvio. Questo non impedì al nipote, parecchi anni dopo, di segnare ben tre goal allo zio… Formatosi nella Pro Vercelli, nel 1934 passò alla Lazio (per 70mila lire annue), voluto dai dirigenti fascisti Giovanni Marinelli (poi fucilato a Verona nel 1944) e Giorgio Vaccaro, allora presidente della Federazione italiana gioco calcio. Alla Lazio stette nove stagioni, e come detto nel 1938 diventò campione del mondo. A Roma abitava non lontano dallo Stadio Flaminio, in via del Vignola. Piola rappresentava l’antidivo e lo sportivo per eccellenza, nella concezione fascista: non fumava, non beveva, non amava la mondanità né gli piaceva troppa pubblicità. Appassionato di caccia e pesca, era un esperto cinofilo. Nel 1948 si sposò con Alda Ghiano ed ebbe due figli, Dario (anche lui calciatore e in seguito legale) e Paola, che è psicologa. Un suo pronipote, Alonso (classe 1979), di nazionalità brasiliana, ha giocato come centravanti in Italia, Svizzera e Sudamerica. Piola si ritirò dalla carriera nel 1954, a 41 anni, e intraprese la strada dell’allenatore per poi passare nelle file della Figc. Fu un giocatore in qualche modo rivoluzionario, a detta di tutti gli esperti di calcio: potenti i suoi tiri dalla distanza e soprattutto le sue rovesciate. A differenza dagli altri, teneva sempre epa schiena rivolta verso la porta avversaria, in modo sia da seguire il gioco sia da spiazzare le difese nemiche. Insomma, era una macchina da goal inarrestabile. Piola lasciò la Lazio nel 1943, poi il blocca dei campionati lo vide giocare alla Torino Fiat nel campionato del Nord Italia e poi alla Juventus. Ma nel 1947 si convince ad andare al Novara, che giocava in serie B. Piola comunque voleva rimanere in Piemonte, e il Novara lo acquistò a rate dalla Juve. Ovviamente, grazie ai suoi goal, l’anno dopo il Novara tornò in serie A, dove Piola restò per altri sei anni. Il suo istmi goal lo segnò il 7 febbraio 1954 contro il Milan e fu, come rammentò Niels Lihedolm in seguito, con una delle sue rovesciate. Il suo rimpianto maggiore fu quello di non aver mai fatto parte di un vero “squadrone”: «Avrei tanto desiderato vincere uno scudetto…». Ma in Nazionale, la Nazionale di Vittorio Pozzo, fu una vera colonna. Vi militò 34 volte e segnò 30 volte, superato poi da Gigi Riva negli anni Settanta, ma resiste ancora quello della sua media goal a partita. Negli anni sino al 1958 allenò il Cagliari. Per i suoi meriti sportivi, fu nominato Cavaliere in seguito Grand’Ufficiale della Repubblica. Oggi riposa nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale di Billiemme, a Vercelli.