La Russa, Matteoli, Gasparri e Alemanno: dal ricordo del Msi al futuro della destra

Il primo brivido della platea si avverte quando Altero Matteoli, raccontando di un Msi “libero” nel quale “ci si confrontava con durezza ma ci si aiutava nel momento del bisogno”, ricorda quando Almirante andò a prendere Pino Rauti all’uscita dal carcere di San Vittore. «Era lì ad aspettarlo, nonostante le loro profonde divergenze…». Applauso.

Si rompe lì il ghiaccio del primo “giovedì della Fiamma” – convegni a tema organizzati nell’ambito della mostra sui 70 anni del Msi – ma la commozione dei racconti personali, ricchi di aneddoti e di suggestioni, aveva già proiettato la sala nei ricordi di pezzi di vita e di storia politica dei cosiddetti “colonnelli” e di tutta la comunità. A Ignazio La Russa, Altero Matteoli, Maurizio Gasparri e Gianni Alemanno, nella sala De Marsanich di via Della Scrofa, il dibattito sul tema “Msi, una storia che non finisce” offre a Marcello Veneziani la possibilità di chiedere ai presenti del loro passato ma anche di interrogarli sul futuro della destra italiana, senza mezze misure, partendo da una domanda che in fin dei conti chiunque visiti la mostra, o semplicemente ne condivida lo spirito, non può evitare di porsi: «Può rinascere un nuovo Msi a destra?».

La risposta, ampiamente condivisa dai partecipanti, è un no ma con tanti “ma”, perché le strade della destra del futuro sono infinite. E forse il primo sentiero parte proprio da via Della Scrofa, dalle sale di quella mostra voluta dalla Fondazione An e dal suo direttore scientifico, stavolta in veste di moderatore. Veneziani al Msi riserva una definizione incisiva, che strappa anche un sorriso ai presenti: «È l’unico partito della storia ad essere morto quando scoppiava di salute…».

La storia del Msi nel racconto dei protagonisti

Il dibattito parte da lontano, da un piccolo paesino in provincia di Livorno, Cecina, dove un giovanissimo Altero Matteoli muoveva i suoi primi passi in politica accerchiato dai “rossi”, il 70% o forse più. Il primo amarcord sul colpo di fulmine con il Msi spetta a lui: «La nostra sezione era al centro di uno spazio dove a a sinistra avevamo quella del Pci e a destra quella della Dc. Avevamo una grande terrazza avanti, sembrava una sede enorme, in realtà, dentro, eravamo stipati in dieci metri quadrati….». Con un rebus da sciogliere, ogni sera: «Ma perché ci odiano tanto?». E negli anni successivi, quando Matteoli diventerà consigliere comunale, la domanda si sarebbe trasformata in “sono forse invisibile”? «Non mi convocavano neanche nella conferenza dei capigruppo, in consiglio mi ignoravano, come se non esistessi». Il ’68, da quelle parti, non deve essere stata una passeggiata di salute per uno di destra. Ma Matteoli ricorda anche che lui, dall’interno della Fiamma, seppe dire un “no” ad Almirante sulla pena di morte. E ne ricevette, in cambio, la nomina a segretario regionale. «Non mi piace dire che il Msi era un partito democratico, preferisco dire che era libero…».

Ignazio la Russa, invece, saluta in sala l’anziano segretario della sezione missina di Paternò, suo padre politico ai tempi della giovinezza siciliana, Peppino Pannitteri. E ricorda il suo primo comizio, a nove anni, in sostituzione del padre, poi il trasferimento a Milano, quando in tutti i quartieri c’era la schedatura dei “fascisti”, quando “fui cacciato dalla Statale, solo perché ero andato a lezione e qualcuno mi aveva segnalato ai compagni…”. Un’espulsione restituita con gli interessi: «Qualche giorno dopo incontrammo i due ragazzi che mi avevano fatto cacciare, eravamo due contro due, presero tante di quelle botte mentre continuavano a ripetere, “ma non è un fatto personale, Ignazio, è un fatto politico…”». Gli anni più terribili, però, arrivarono dopo, ricorda La Russa, che fa riferimento al “giovedì nero” di Milano, quando i seguito all’annullamento di una manifestazione missina e al lancio di una granata da esercitazione, rimase ucciso l’agente Marino. «Da quel momento, ed eravamo nel 1973, per almeno dieci anni non ci consentirono di fare nulla, neanche un banchetto per strada…».

Tranne una cosa, Radio University,  alla quale collaborava anche Amina, la moglie di Maurizio Gasparri, che coglie l’aneddoto al volo per spostare il baricentro dei ricordi su Roma e su quel liceo Tasso, “forse tra i più di sinistra d’Italia”, con il quale, molti anni dopo, da ministro, si sarebbe tolto la soddosfazione più grande: far stampare un francobollo e andarlo a presentare proprio lì, con Paolo Liguori, altro “compagno” nel frattempo rinsavito. «Lo ammetto, fu una rivincita». Ma Gasparri è anche reduce da un’audizione, in Commissione Moro, con il fondatore delle Br  Alberto Franceschini, con il quale, sempre a proposito del Msi, è fresco di un’altra soddisfazione: «Gli ho spiegato che per il sistema, giornali, tv e partiti, in quegli anni le Br erano sempre sedicenti, mettevano in dubbio perfino che esistessero, come accadde anche i nostri morti: le prime vittime delle Br furono i missini, Mazzola e Giralucci. E lui mi ha dato ragione: “Vero – ha spiegato – non volevano credere che eravamo noi a uccidere, avevamo grandi difficoltà a farci riconoscere come Br”…».

Era questo clima di isolamento, di disinformazione e di emarginazione che rendeva difficile al Msi farsi difendere dallo Stato e denunciare le violenze subite. Un clima che anche Gianni Alemanno ha ben nitido nei suoi ricordi romani, quando – dopo l’omicidio dell’amico Francesco Cecchin – fu costretto «a scendere in trincea per dieci anni, in quella che era una vera e propria guerra civile strisciante, che non si voleva riconoscere». Alemanno ricorda la sua adesione alla corrente di Rauti, le sue idee profondamente innovatrici, come sull’ecologia, ma anche la difficoltà di fare politica fuori dal proprio ambiente. «Come dimostra l’era di Mani Pulite, nel ’92, quando i missini circondarono pacificamente il Parlamento per chiedere ai tangentisti di “arrendersi” e i giornali, di quei giovani indignati ma sorrodenti, titolarono “fascisti all’assalto del palazzo…».

Dal passato del Msi al futuro della destra

Memorie, episodi, segmenti di percorsi politici paralleli che poi hanno successivamente diviso i “colonnelli”, chiamati da Veneziani a fornire anche prospettive politiche, oltre che retrospettive storiche. La domanda, nel secondo giro di opinioni, sorge spontanea: «Ragionanendo del Msi si può immaginare un nuovo futuro politico per la destra?». Qui non basta un sì e un no, ma servono sfumature, come quelle di Matteoli: «Voglio essere chiaro, ci ho pensato molto ma a mio avviso il Msi non potrà mai rinascere, però possiamo ricostruire una destra moderna, dei nostri tempi, che pensa in grande e si ispira ai valori del nostro vecchio partito». Ignazio La Russa, invece, preferisce evocare Pinuccio Tatarella: «L’uomo che indicò la strada, capì che serviva una rilegittimazione della destra, la rottura del suo isolamento, per proiettarla come forza di governo. Ci invitava a muoverci in avanti, a non dare agli altri il pretesto per ricacciarci indietro. Fu lui a volere fortemente An: con lui vivo la storia della destra, successiva al Msi, sarebbe stata diversa, anche nel modo di gestire i rapporti con Berlusconi».

Ecco, forse, cosa manca oggi per riunire di nuovo la destra post-missina, anzi chi manca. Anche Gasparri pone l’accento sulla vocazione politica della Fiamma, non sempre emersa a dovere dalle analisi postume.«È sempre stata una forza che voleva incidere nella storia, non restare ai margini, aveva una vocazione di governo che tutti i suoi segretari hanno provato a rilanciare, ma negli anni di piombo non era semplicissimo…». E oggi? «Più che rifare la storia e il passato dobbiamo guardare avanti, anche il Msi non si propose come il nuovo Partito fascista ma andò oltre. Oggi contano i valori, le idee, non possiamo chiuderci in una dimensione museale, dobbiamo riproporre un progetto di centrodestra vincente con le nostre idee, quelle di sempre». Idee visionarie, profetiche, anticipatrici, secondo Gianni Alemanno, come il concetto di sovranità nazionale, “che oggi non è solo la declamazione di un valore ma una forma di difesa anche economica che in tanti  stanno scoprendo». E la formula del futuro? «Serve una federazione a destra, forte, e un’alleanza con un centro altrettanto forte. Ma prima dobbiamo chiederci: quale destra portiamo nelle alleanze future?».

E qui viene in soccorso il Msi, che secondo Veneziani, oltre alla sovranità, aveva avuto altre due straordinarie intuizioni: il riformismo istituzionale, che ora è la forza di Renzi, e la lotta alla curruzione e alla partitocrazia, che ora è la forza dei grillini. «Niente male per un piccolo partito che aveva il 5%, no?».