La Russa: «Il Msi è la storia di un popolo senza paura». L’intervista

Le lezioni di papà Antonino, i primi comizi, il presidio della roccaforte milanese di piazza San Babila, l’ascesa ai vertici del Fronte della Gioventù, gli scontri, i cortei, la difesa della famiglia di Sergio Ramelli nel processo per la sua barbara esecuzione per mano di gruppi dell’ultrasinistra, poi la militanza romana e l’approdo in Parlamento nel 1992. Ignazio La Russa quei 70 anni del Msi li ha attraversati quasi tutti e alla presentazione della mostra organizzata dalla Fondazione An (dal 20 ottobre a via della Scrofa, 43) fa affiorare i suoi ricordi, piacevoli e dolorosi.

«Sa quando sono stato concepito io?»

In un cupo tramonto, per caso?

«Sì, negli stessi giorni in cui veniva concepito il Msi, solo che io ci ho messo nove mesi a venir fuori, luglio 1947, mentre il partito ha fatto molto più velocemente, dicembre 1946».

E’ utile che la destra italiana si giri indietro a riflettere sul suo passato?

«Questa mostra è un tributo doveroso alla storia del Movimento Sociale Italiano perché noi riteniamo che l’Italia debba molto alla destra e al Msi, che sin dalle origini, nel 1946, riunì uomini che parlavano di pacificazione all’indomani della guerra civile e anteponevano il bene della Patria a ogni altra manifestazione spirituale, ideologica e culturale. Questa è stata la caratteristica della storia del Msi, ieri, oggi e lo sarà anche domani. Non a caso il titolo è nostalgia dell’avvenire…».

Quando vi siete incontrati la prima volta?

«Io ero bambino, il Msi era parte della mia famiglia, i miei primi ricordi sono legati ai comizi di mio padre che andavo a sentire. Anzi, io stesso feci il mio primo comizio a dieci anni, al posto di mio padre, in un paesino, davanti a decine di “villici” che, ovviamente per scherzo, mi acclamarono…».

Che storia è quella del Msi?

«L’epopea di uomini che non si sono mai arresi, di coloro che volevano pensare che per l’Italia valesse la pena di fare qualunque sacrificio, assicurare impegno, disponibilità personale. Poi questo spirito l’abbiamo trasferito a tanti giovani, abbiamo conservato quella capacità di resistere a chi ci voleva cancellare dalla storia, ma anche fisicamente dalla faccia della terra».

È vero che quando le davano del fascista lei rispondeva “grazie, adulatore!”?

«La provocazione politica, secondo me, deve sempre trovare risposte col sorriso sulle labbra: per anni i comunisti a Milano cercavano di colpirmi, fin da quando iniziai a fare il consigliere regionale in Lombardia, dandomi del fascista. E io rispondevo con quel commento ironico che altri, più grandi di me, avevano utilizzato in Parlamento. ‘Adulatori, basta con i complimenti’, e questa cosa imbestialiva i miei avversari ancora di più».

Quali sono stati i momenti più significativi del suo percorso politico nel Msi?

«Sicuramente le fasi che hanno visto protagonista Tatarella, un uomo fondamentale per la storia della destra italiana. Ma anche Gianfranco Fini, nella prima fase, ha dato un contributo decisivo allo sdoganamento non solo del Msi, ma della destra politica italiana. Certo senza Pinuccio non sarebbe successo nulla, dietro di lui c’era un gruppo unito, io, Gasparri, Bocchino, Sospiri, Laffranco, Martinat, il gruppo che diede vita a Destra in movimento e che poi avviò la strada per la nascita di Alleanza nazionale».

Nessun rimpianto per la fine del Msi e la nascita di An?

«No, è stata anche quella un’avventura incredibile, riuscire a portare per la prima volta uomini del Msi al governo nazionale, quelli che non si erano arresi nel ‘46…».

La storia del Msi è stata anche costellata di contrasti interni e divisioni. Quali sono stati gli errori commessi dalla classe dirigente?

«Gli errori si fanno, se uno rifacesse la propria vita daccapo cambierebbe e rimedierebbe agli sbagli commessi in buona fede, come è accaduto a tutti noi anche facendo politica. Io però credo che nel racconto del Msi debba prevalere il senso di orgoglio per questa epopea cominciata nel ‘46, quando uomini che io considero leggendari anziché rifugiarsi nella vendetta o rinchiudersi in se stessi dopo la sconfitta o la prigionia, pensarono a ricostruire qualcosa con uno spirito di pacificazione e non di vendetta. Quella missina è un’epopea che non ha pari in Europa e forse nel mondo, è la storia di un popolo che non ha avuto paura, anche se oggi qualcuno guarda solo al passato. Ecco, noi vorremmo, anche grazie alla mostra, che la gente di destra guardasse anche all’avvenire».