Italicum, fino al 4 dicembre la legge non si tocca. Renzi in mezzo al guado

A chiacchiere Matteo Renzi non si oppone ad apportare modifiche l’Italicum, ma il percorso che ha immaginato per realizzarle autorizza a ritenere che la nuova legge elettorale abbia in realtà i decenni contati. Il premier, infatti, è pronto a discuterne lunedì nella direzione nazionale del Pd. Dopo di che, ha informato il suo vice alla guida del partito Lorenzo Guerini rispondendo al Messaggero, «affideremo a una delegazione il compito di trattare con gli altri partiti sulla legge elettorale». Che è come dire che la soluzione. La strategia del premier è chiara: prendere tempo senza sbilanciarsi più di tanto, cercare di incassare la vittoria al referendum e poi, passata la festa, «gabbato lo santo» con tanti saluti alla minoranza dem dei vari Bersani, Cuperlo, Speranza e compagnia cantante.

La sorte dell’Italicum decisiva per il referendum

Tempo per farlo prima del referendum del 4 dicembre, del resto, non c’è. La richiesta della minoranza del Pd in tal senso è a sua volta un mera petizione di principio, che mira solo a ritardare il più possibile la sua opzione in favore del “No“. Al momento, dunque, l’Italicum resta un forte elemento divisivo della campagna referendaria ma non è certo materia di scambio, come appunto vorrebbe Bersani. D’altra parte, tutto è ancora da definire: ballottaggio, impianto maggioritario, capilista bloccati. Apposta Renzi se ne uscito con un «ragazzi fatemi sapere, che mi attrezzo subito», che somiglia molto ad una presa in giro verso i suoi compagni del Pd.

Pd lacerato, centrodestra soddisfatto

In Parlamento, tuttavia, non si registra lo stesso fervore che l’Italicum riscuote sui giornali e nella polemica tra i partiti. «Al momento sono state depositate alcune proposte di legge, come quella di Pino Pisicchio, ma non sono state incardinate in commissione Affari costituzionali», fa sapere il presidente Andrea Mazziotti, di Scelta Civica. In realtà, il fronte di chi vuol cambiare l’Italicum non è concorde sui tempi. Il problema è sempre il referendum: La sinistra Pd chiede di farlo prima, ma solo per giustificare il proprio “no” al quesito referendario. Forza Italia e il centrodestra vogliono farlo dopo proprio per tenere diviso il Pd. In mezzo sta Renzi, che cerca di limitare i danni. Rischia, però, di restare vittima del proprio tatticismo.