Marina Romualdi: per papà il Msi era una famiglia, ricordo le liti con Adriano…

“Per mio padre il Msi era la famiglia di appartenenza, non lo avrebbe mai potuto lasciare e ogni decisione politica la prendeva sempre pensando che quella comunità doveva restare unita”. A parlare è Marina, figlia di Pino Romualdi, l’uomo che, benché inseguito da una condanna a morte, mise insieme i reduci sconfitti e diede loro una speranza politica, contribuendo alla fondazione del  Msi. Fu leader, punto di riferimento per molti brillanti esponenti del partito (“tra i tanti che frequentavano la mia casa ricordo Franco Petronio, Guido Lo Porto, Alfredo Mantica, Tommaso Staiti, Carlo Casalena, Arturo Bellissimo, Giuseppe Tricoli“), all’inizio guida  dei giovani dei Far e poi capo della destra missina (la corrente di Pino Romualdi si chiamava Destra italiana), cui Pino Romualdi diede dignità ideologica con riviste come L’Italiano, che fu palestra di giornalismo per i giovani più promettenti del partito. La sua morte nel 1988, quasi contemporanea a quella di Giorgio Almirante, fu vissuta dal popolo missino come la fine di un’epoca, uno spartiacque, un crocevia che obbligava la Fiamma ad elaborare un progetto per un’epoca ormai del tutto nuova, disancorata dal clima conflittuale che fu eredità della Seconda guerra mondiale. È logico che la sua figura sia tra quelle più importanti ricordate nella mostra “Nostalgia dell’avvenire” sui 70 anni del Msi, che sarà inaugurata giovedì alle 16 in via della Scrofa 43. Romualdi ebbe, tra gli altri, il merito di portare a termine con successo la trattativa sull’amnistia di Togliatti che consentì agli ex-fascisti di uscire dalla clandestinità.

Suo padre parlava di politica a casa, parlava del fascismo, delle vicende del partito?

Si parlava di politica, certo. Ma soprattutto di attualità. Del fascismo parlava pochissimo, non era un uomo immerso nel passato. Ma la politica lo coinvolgeva molto. In particolare la politica estera. Da parlamentare europeo fece amicizia con Otto d’Asburgo, spesso andavano a cena insieme.  La mia casa era molto frequentata dalla famiglia Pavolini, da Piera Gatteschi, che io chiamavo zia Piera. Era molto amico di Filippo Anfuso. Si discuteva di tutto. Soprattutto mio padre discuteva con mio fratello Adriano: tra loro due spesso c’erano divergenze.

Adriano Romualdi (scomparso all’età di 33 anni, nel 1973) era un seguace di Evola, ne ha scritto la biografia. Suo padre era invece molto critico verso le idee del filosofo tradizionalista…

Su questo infatti le loro posizioni culturali erano diverse. Adriano andava continuamente a trovare Julius Evola. Voleva coinvolgere anche me nel gruppo dei discepoli, ma io ci andai una volta e poi non fui interessata. Lui era un guru, ma la setta che lo seguiva non mi piaceva. Poi Adriano amava i tedeschi e la mitologia germanica e mio padre non approvava. Lui si richiamava alla tradizione romana, più solare di quella nibelungica… Insomma Adriano era un intellettuale, mio padre era un politico pragmatico. Mio fratello era tradizionalista, mio padre era un modernista, che non capiva il filone culturale esoterico coltivato da Adriano. E però, nonostante queste divergenze diciamo così culturali, tra i due c’era un grande affetto.

Ricorda un fase della vita del Msi, un episodio, che fu accolto con grande delusione da suo padre?

Sicuramente la scissione di Democrazia nazionale. Mio padre era molto amico di Ernesto De Marzio, persona di grande cultura. Mio padre pensava che il progetto politico di superare l’impianto nostalgico fosse giusto, ma fu ferito dal modo in cui la scissione avvenne. Lo visse come un complotto, come una specie di golpe interno. Con Almirante presero allora a girare tutte le sezioni, tutti i circoli, mio padre cominciò da Pantelleria, per cercare di arginare gli scissionisti e il loro disegno, dietro il quale c’erano sicuramente, a suo avviso, i poteri forti. Tuttavia lui pensava che la destra dovesse dialogare, che l’atteggiamento da duri e puri, fosse una linea impolitica, che confinava il Msi in un ruolo limitato.

Ci furono anche campagne rispetto alle quali Romualdi era in disaccordo…

Quella sul divorzio. La giudicava una campagna antistorica, diceva che il Msi non avrebbe dovuto, in quell’occasione, essere ruota di scorta della Dc. Poi non condivise la battaglia per la pena di morte, lui che era stato un condannato a morte. Fu colpito all’epoca da un discorso di Marco Pannella che parlò contro la pena di morte citando proprio Pino Romualdi, dicendo che era una bravissima persona eppure era stato condannato a morte. Pannella voleva dire che lo Stato non può togliere la vita alle persone.

Il rapporto con Giorgio Almirante?

Avevano posizioni diverse, ma con Almirante fece sempre fronte comune quando era necessario. Il partito, la sua esistenza, erano il bene principale da preservare. Riconosceva ad Almirante un carisma eccezionale, e doti fuori dal comune. Ma soprattutto per lui contava il partito.

Cosa pensava di Pino Rauti, grande oppositore di Almirante?

Apprezzava le doti intellettuali di Pino Rauti, ma riteneva che il Msi dovesse essere un partito di destra. Non condivideva l’idea dello sfondamento a sinistra e neanche i postfascisti che dicevano che il partito non doveva essere né di destra né di sinistra.  Credeva però nel libero dibattito delle idee, e infatti molti giovani rautiani scrivevano in piena libertà sull’Italiano.