Il signor Esselunga è partito. Caprotti, un uomo tanto ruvido quanto grande

Bernar­do Caprotti è partito. Era un uomo duro, difficile, a volte gentile. Fascinoso nella sua rudezza. Un brianzolo verace con l’impresa nel sangue. Un vero uomo del “fare”, del costruire. Un italiano serio.

Erede di una dinastia di industriali, nel dopoguerra, dopo un viaggio negli Stati Uniti,  Caprotti decise che l’avvenire della grande distribuzione alimentare passava attraverso la formula dei supermercati. Aveva ragione. Alla fine dei Cinquanta aprì il primo “supermarket” italiano in viale Regina Giovanna a Milano, in società, addirittura con i Rockefeller. «Ero l’unico che parlava l’inglese», rideva, mascherando, da vero narciso qual era, la sua fierezza.

Nel 1965, a 40 an­ni, salutò gli americani e acquisì il controllo dell’impresa che di lì a poco avrebbe preso il nome di Esse­lunga, oggi il secondo gruppo italiano nel settore. “Un’aziendina” con  22mila dipendenti, oltre 150 punti vendita (pochi, pochissimi nelle regioni “rosse”) e un bel fatturato (nel 2015, 7,5 miliardi di euro).

Quando Caprotti umiliò i sindacalisti

Nel costruire il suo impero Caprotti ha sempre tirato diritto. Nei Settanta umiliò ripetutamente i sindacalisti — “una razza di sfigati e corrotti” —, poi espulse senza pietà figli e nipoti dall’azienda — per lui “troppo stupidi e viziati ” — riprendendo, ormai anziano, il comando assoluto di Esselunga. Infine, ha sfidato il potere rosso delle Coop, le banche e le Regioni governate dalla si­nistra. Da uomo libero non sopportava i ricatti e le costrizioni. Non accettava compromessi. Disprezzava i comunisti e i loro manutengoli. Per lui la sinistra assomigliava «a un boa constrictor che soggioga gran parte della pubblica opinio­ne».

Qualche anno fa scrisse un libro intitolato, significativamente, “Falce e carrello” (Marsilio editore), un atto d’accusa circostanzia­to e documentato contro il sistema Coop e dintorni. Uno scandalo. I comunisti – ex o post, poco importa, sempre affaristi sono… — lo denunciarono e chiesero la censura e il ritiro del libro dagli scaffali.  Poi cercarono una via d’uscita. Caprotti rifiutò ostinatamente ogni mediazione e, alla fine, il tribunale civile di Milano stabilì che il libro non era diffamatorio. Vinse.

Oggi i suoi dipendenti, molti scelti personalmente da lui, lo piangono. Il parentado e i suoi concorrenti tirano un sospiro di sollievo.