Il futuro delle identità. Risposta a Galli della Loggia e a Stefano Parisi

Il botta e risposta tra Ernesto Galli della Loggia e Stefano Parisi è troppo importante perché non sia lo spunto per un serio dibattito all’interno della destra e del centrodestra. Galli della Loggia parte da considerazioni che affondano le loro radici nel suo libro del 1994 Intervista sulla destra. La tesi principale, per noi scontata ma sconvolgente per il mainstream,  è quella che per definire il patrimonio programmatico degli avversari della sinistra, non bastano la cultura liberale e quella popolare, ma è necessario trovare fondamento nei valori dell’identità e della tradizione, che lui attribuisce a una “visione conservatrice”. Parisi, pur ammettendo l’esistenza di sfide epocali inedite per i consueti schemi ideologici, risponde ancorando l’identità del centrodestra proprio all’interno di una sintesi liberal-popolare.

Galli della Loggia e Parisi, diversità di prospettive

Già la distinzione di riferimenti – Galli della Loggia parla di destra, Parisi di centrodestra – non è semplicemente una variante linguistica, ma indica una diversità di prospettive. L’editorialista del Corriere sottende un forte ancoraggio a destra dello schieramento alternativo a Matteo Renzi, il tecnico “sceso in politica” parla di un centrodestra a trazione moderata dove la destra, come ai tempi della seconda Repubblica, è poco più che un carro da mettere a rimorchio. Non è cosa da poco, visto che la crisi finale dello schieramento berlusconiano è avvenuta proprio quando si è tentato l’ambizioso progetto di un Partito unico del centrodestra, segno non solo di litigi di vertice ma di una difficile componibilità tra due anime diverse.

I tempi non sono maturi in Italia per andare in questa direzione, mentre nel resto dell’Europa la destra tende a risorgere al di fuori del fronte moderato attraverso potenti spinte populiste e identitarie. Destra e Centro continuano ad avere orizzonti simbolici e sensibilità culturali troppo diverse per mescolarsi insieme solo con il mastice di un programma di governo: si rischia non solo di perdere importanti segmenti elettorali nell’astensionismo, ma di non dare motivazioni sufficientemente forti e coinvolgenti a tutto quel mondo di militanti e simpatizzanti che partecipano all’attività politica senza avere immediate o prevalenti “aspettative di carriera”. Un mondo troppo importante per evitare di ridurre la partecipazione politica ai “cerchi magici”, alle segreterie degli onorevoli e alle Fondazioni di più o meno brillanti intellettuali.

Meglio pensare quindi a un Centro e a una Destra strategicamente alleati ma distinti nella struttura partitica, eventualmente uniti attraverso lo strumento di una Federazione. Anche perché bisogna rispondere a una semplice domanda: chi decide se il centrodestra, pur nella necessaria sintesi, sarà a trazione identitaria e sovranista oppure a trazione liberal-popolare? Questa scelta è ancora più importante di quella del leader, perché l’individuazione di una leadership oggi non può non discendere da un’opzione ideologico-programmatica. Troppe sono le divergenze su temi decisivi come l’Europa, l’immigrazione, i valori non negoziabili, il modello di sviluppo. Troppe per delegare tutto a un tavolo ristretto da cui si esce o con nuove divisioni – come si è visto nelle elezioni comunali di Roma – o con compromessi di basso profilo (vi ricordate le contraddizioni programmatiche su cui si sono arenati i precedenti governi di centrodestra?). Credo che queste scelte fondamentali debbano essere lasciate al popolo di centrodestra – che troppe volte si è dimostrato più saggio dei suoi vertici politici – attraverso il metodo delle Primarie, oppure, se sarà reintrodotto il premio di maggioranza alla coalizione, con la competizione tra liste diverse all’interno dello stesso schieramento.

È evidente che a noi sembra molto più fondata l’impostazione di Galli della Loggia rispetto a quella di Parisi, perché un’alternativa al progetto liberal di Matteo Renzi si costruisce soltanto trovando una sintesi tra quattro punti irrinunciabili: le libertà e i valori non negoziabili della persona, la solidarietà comunitaria (che non è solo sussidiarietà ma anche difesa dei diritti sociali degli italiani), l’autorità dello Stato e la sovranità della Nazione. Almeno due di questi punti non si comprendono fino in fondo se non si attinge a quella che Galli della Loggia chiama una “visione conservatrice”, anche se a noi piace più parlare di una cultura identitaria e sovranista.

Dice Galli della Loggia “nell’intero Occidente (…) il futuro annuncia scenari sorprendentemente inediti e inquietanti nei quali non sembra per nulla azzardato pensare che torneranno a rinvigorire categorie e valori cari alla cultura conservatrice. (…) Insomma tutto lascia credere che si avvicini un appuntamento al quale paradossalmente, però, sembra più facile che in Italia arrivi puntuale la Sinistra, con la sua capacità di sentire l’aria dei tempi e di cambiare, piuttosto che una Destra incerta di sé, senza idee né visione”. Non sono le affermazioni di un pericoloso populista ma di un solido intellettuale moderato.

Proprio noi di destra, con le nostre divisioni e le nostre risse, vogliamo confermare questa triste profezia? Oppure non è il tempo di dare, con umiltà, ma anche con molta fermezza e consapevolezza, una profonda spinta propositiva a un centrodestra che deve essere non solo unito ma inclusivo ed equilibrato in tutte le sue componenti?