Il grande attivismo di Mosca è possibile grazie al fallimento di questa Europa

Al netto di strumentali polemiche interne, in cui si confondono referendum e alleanze intemazionali, la riflessione sull’impiego di nostri soldati in Lituania non può essere liquidata con un semplice richiamo a decisioni obbligate in ambito Nato. I diversi conflitti (dalla Siria all’Ucraina), la polveriera Medio Oriente, la lotta al terrorismo, la guerra (per ora verbale e forse cybernetica) fra Washington e Mosca richiedono una riflessione più conseguente sui rapporti Russia-Europa, deteriorati da sanzioni e proclami dettati più da riflessi ideologici da Guerra fredda che da consapevolezza della posta in gioco. Non si tratta di chiudere gli occhi sui bassi standard di democrazia in Russia né sulle ambizioni zariste di Putin, bensì di aprirli su concreti interessi (commerciali, energetici, militari, di sicurezza e stabilità) dei Paesi europei, si legge su “il Corriere della Sera“.

Berlusconi aveva una politica estera autonoma

Non è ideologico constatare che la politica americana, con gli interventi in Afghanistan e in Iraq, ha posto le premesse per il disordine di oggi, per il crollo di regimi e assetti post coloniali in cui è prosperato il terrorismo. L’Europa ha annuito in ordine sparso, assecondando una strategia di allargamento della Nato a est, senza preoccuparsi degli squilibri che avrebbe provocato. E senza comprendere chi sia oggi il miglior alleato contro l’islamismo radicale. L’allargamento, mentre si «assecondavano» le rivoluzioni in Geòrgia e in Ucraina, è stato sostenuto come strategia «difensiva». Concetto di facile presa nei Paesi della ex cortina di ferro (oggi fra i più euroscettici) ma non digeribile come atto amichevole a Mosca. Negli anni 60, de Gaulle immaginava un’Europa dall’Atlantico agli Urali. C’è stato un tempo in cui qualche leader italiano (Craxi e recentemente Berlusconi) aveva perseguito autonomia di giudizio e interessi nazionali, pur nel rispetto delle alleanze. E c’è stato un tempo in cui la Francia di Chirac osò condannare le sciagurate avventure belliche di Bush.

Nelle capitali europee si balbetta di politica estera

Poi è prevalsa la «sacralità» degli obblighi. Coerenza e lucidità sono merce rara. La Francia di Hollande annulla la visita di Putin a Parigi, ma lo asseconda nel lavoro sporco in Siria. La Germania sostiene le sanzioni, ma evita di toccare il tasto dei corridoi energetici. L’Italia manda soldati e dice che «il dialogo resta aperto». Intanto le esportazioni sono le più penalizzate dalle tensioni con Mosca. Nelle capitali europee si balbetta di politica estera comune, che nessuno sa come attuare, e di difesa comune, che nessuno ha voglia di mantenere. È in questo vuoto che la Russia, piaccia o no, conduce la propria politica. Difende quel che resta dell’impero e delle regioni russofone, benedice il revanscismo nazionalista nei Balcani, sostiene il regime siriano per garantirsi uno sbocco nel Mediterraneo e scende a patti con la Turchia di Erdogan, che sa di essere indispensabile alla Nato e per questo agisce senza preoccuparsi di rispettare patti e diritti.