Giovanni Tassani: fu la Dc, dopo Tambroni, a spingere il Msi nel ghetto

Lo storico Giovanni Tassani è sempre stato particolarmente attento al substrato culturale della destra, da guardare senza pregiudizi e senza demonizzazioni. Fin dal 1986 Tassani pubblicò un saggio sulla Nuova Destra interrogandosi su un fermento di idee che andava a corrodere l’impianto egemonico della cultura progressista. Studioso del mondo cattolico, Tassani non ha dubbi nel collocare il Msi tra quelle forze politiche che vanno considerate naturalmente vicine ai valori cattolici anche se il Msi fu un partito spesso in rapporto conflittuale con la Dc. Oggi che la mostra Nostalgia dell’avvenire (allestita in via della Scrofa 43 e visitabile fino al 10 febbraio) ripercorre la storia di un partito complesso come il Msi è importante inquadrare storicamente i rapporti della Fiamma con lo Scudocrociato, il cui dominio politico durante la prima Repubblica fu determinante per la collocazione a destra del Msi.

Il Msi, pur essendo un partito vicino ai valori cattolici, non fu mai percepito come una forza di centro al pari della Dc e questo nonostante il progetto di Michelini di uno schieramento di centrodestra in grado di arginare l’avanzata delle sinistre…

Fin dai loro documenti fondativi le destre, missini e monarchici, vollero richiamarsi esplicitamente ai valori cattolici, concepiti se non altro come patrimonio culturale, nazionale, e come quadro di riferimento etico. Non così gli alleati chiamati da De Gasperi a funzioni di governo: liberali, repubblicani e socialdemocratici, autodenominatisi “laici”, chiamati spesso anche “minori”. Tale stato reale, di minorità elettorale, non fu dai “laici” mai accettato e fu spesso da essi variamente, e puntigliosamente, fatto scontare alla DC, vista spesso riduttivamente, e ingenerosamente verso De Gasperi, solo come grande bacino clericale. Questo mentre, dopo la grande eccezione del 18 aprile 1948, andava crescendo un bacino elettorale di destra, potenziale alleato più sicuro agli occhi di parte del mondo ecclesiastico e dall’Azione cattolica. Da questi ambienti ci si volse allora con attenzione, se non con simpatia, verso una destra, ipotizzata come nuova e ferma alleata contro il socialcomunismo in espansione.

Chi nella Dc si oppose strenuamente a questa alleanza?

De Gasperi e Scelba delimitarono nettamente la linea politica a destra, come a sinistra: ne fu esempio emblematico la politica “maggioritaria” degli apparentamenti, alle amministrative del ’51 e del ’52, come alle politiche del ’53, che blindavano al centro la DC con i laici, e a destra i missini con i monarchici. Tentativi per una grande destra, dopo la scomparsa di De Gasperi, ripartirono nei lunghi anni di transizione e ricerca di allargamento dell’area di governo. La segreteria Michelini tentò d’inserirsi più volte, anche apportando il suo voto in parlamento a governi DC, ma inutilmente. La presa venne definitivamente a mancare con il caso Tambroni: il MSI, proprio mentre sembrava disposto a cambiamenti reali, veniva ricondotto nel ghetto dalle dimostrazioni di piazza. Cominciò allora l’egemonia ideologica della sinistra.

Il Msi aveva però una importante base giovanile che non vedeva di buon occhio una svolta moderata del partito…

Se, come afferma Giuseppe Parlato, il MSI è stato mosso principalmente da sentimenti ed emozioni, un sintomo del “vitalismo” novecentesco, questo principio è valso ancor maggiormente, fin dagli inizi, per i giovani. Il MSI è stato per lunghi anni, dalla sua fondazione, un movimento di giovani: oggetto anche di seria attenzione e tentativi di dialogo, più antropologico che politico, da parte di altri giovani organizzati ad esempio a fianco di DC e PCI. Tutti i movimenti e gruppi giovanili erano allora più “rivoluzionari”, o “a sinistra”, o radicali, dei loro partiti di riferimento. Una parte rilevante della generazione missina tentò, contro il “moderatismo” e il “parlamentarismo” degli adulti di darsi basi identitarie intransigenti e antimoderne: fu la generazione degli Erra, Gianfranceschi, Accame e tanti altri, che erano riusciti a vivere qualcosa del romanticismo tra le rovine, con la Rsi. Ma tale dottrinarismo si rivelò ben presto improduttivo: condusse alla diaspora e, solo per alcuni, anni dopo, all’autocritica. Con la “Giovane Italia”, che interessò, dal ’55, una fascia studentesca più giovane, si ebbe la tendenza inversa: un movimento di giovani disposto a giudicare fatti nuovi come la decolonizzazione incipiente e l’avvento del gaullismo in Francia.

Un partito come il Msi che parentela può avere con le destre che attualmente sono protagoniste della scena politica?

Viviamo nel mondo del relativo. Le ideologie sono alle nostre spalle e anche destra e sinistra sono categorie malferme. Il MSI, composto di varie tendenze, è vissuto con i valori di fedeltà, tradizione e nostalgia, e di questo è anche invecchiato e deceduto. Il “mussolinismo” è stata forse la chiave della continuità. Almirante, buon conoscitore della “complexio” missina, resistette alla scissione di Democrazia nazionale, che nasceva a metà dei Settanta da buone ragioni “nazionali”, agitando il tema di quell’antica fedeltà, contando sulla “fermezza” dell’elettorato missino. Ma si trattava solo di un freno a mano che pur riuscì a durare ancora qualche anno. Oggi, in Italia, il panorama è ben diverso. A “destra” si tratta a parer mio di render vivibile un pensiero che tragga spunti dalle correnti più vive del liberalismo critico, del riformismo e del solidarismo. Se si vuole anche dagli insegnamenti della Destra storica classica, riformatrice e meridionalista in gran parte. Impresa non facile, ma necessaria per arginare nuove demagogie ed egoismi localistici.