Gasparri: «Il Msi fu una scuola di vita e di democrazia, altro che grillini…»

Al “Tasso” spesso le prendeva e qualche volte le dava, eppure in quel liceo romano egemonizzato (come quasi tutti…) dalla sinistra studentesca, negli anni Settanta Maurizio Gasparri ha costruito la sua corazza politica che lo ha portato ad attraversare la storia della destra italiana dai meandri dell’opposizione alle luci della ribalta del governo, senza mai perdere i contatti con la sua comunità: «Ancora oggi, in giro per l’Italia, stringo mani, abbraccio persone che mi parlano dei genitori missini, mi scrivono lettere, mi mostrano foto: certo, sono in tanti a rimpiangere il Msi e si portano quel partito nel cuore, lo vorrebbero vedere rinascere. Del resto noi del Msi eravamo nuovi, diversi…».

Tra le foto in bianco e nero della mostra sui 70 anni del Msi (che si apre il 20 ottobre in via della Scrofa) c’è anche lui e i suoi baffoni vintage ma Maurizio Gasparri non è tipo da nostalgie canaglie, né tantomeno da utopie politiche costruite su ricordi del passato. E lo chiarisce subito.

Che senso ha tornare indietro con i ricordi con una mostra?

«L’iniziativa della Fondazione An è di grande significato storico e culturale ma non ha nessuna finalità politica: non siamo qui per progettare una riedizione del Msi nel 2016 ma per raccontare, attraverso fotografie, filmati e convegni, un pezzo della storia italiana che molti non conoscono. E che in tanti hanno provato a infangare».

Cos’è stato per lei il Msi?

«Una scuola di vita, ma anche di democrazia interna: è stato l’unico partito della storia che ha valorizzato davvero i meccanismi meritocratici nella selezione della classe dirigente, dalle sezioni ai vertici, con congressi, battaglie politiche, contese, che nulla hanno da invidiare in democraticità a quelle che si sono svolte in partiti come la Dc e il Pci. Il Msi era una forza di opposizione che elaborava idee, progetti, proponeva soluzioni politiche da una posizione di emarginazione. Ma senza quelle lotte, quella fase così difficile, nulla sarebbe accaduto in seguito. Perché il Msi è stato un partito ma anche l’epopea di popolo, che è giusto rievocare 70 anni dopo».

Era difficile avvicinarsi al mondo missino, negli anni del furore ideologico e della demonizzazione della destra post-fascista?

«Sì, i miei primi ricordi negli anni Settanta, sono legati a una militanza fatta di incontri carbonari, in uffici segreti o case di amici, ci si vedeva per rileggere le tesi congressuali di Almirante, a scuola era ancora più dura. Al liceo “Tasso” una sinistra violenta e prevalente ci intimidiva, perfino nelle biblioteche ci timbravamo i libri preferiti per passarceli tra di noi, libri che venivano stampati da case editrici piccole e poco conosciute. Ma nella mia fase iniziale i ricordi sono legati anche alle storie umane di militanti che ho conosciuto nelle sezioni di via Livorno, via Sommacampagna, dove fui chiamato da Teodoro Buontempo per occuparmi di scuola e dove incontrai un certo Gianfranco Fini, che poi mi volle nella sede centrale del Fronte della Gioventù».

Che mondo era quello della destra giovanile in quegli anni?

«Molto appassionato ma molto duro, il clima era violento contro di noi,  qualcuno cercava di difendersi, altri si dedicavano più ad attività culturali e studentesche, era un mondo rattristato dai lutti: in quegli anni Settanta avvenivano stragi terribili, Primavalle,  Acca Larenzia, tanti vittime del terrorismo rosso restarono sul campo, ma non solo a Roma: il Msi pagò un prezzo enorme a Milano, con Ramelli, a Padova, con Mazzola e Giralucci, in tante altre parti d’Italia. Fu una stagione tetra, quel clima migliorò solo all’inizio degli anni Ottanta»

 Il Msi fu un modello di democrazia interna, eppure anche lì si verificarono  rotture ed espulsioni…

«Eh sì, ricordo quella di Marco Tarchi, che faceva la Voce della Fogna con intento satirico ma che fu ritenuto dissacrante da alcuni dirigenti e lo cacciarono: oggi possiamo dire che fu una scelta sbagliata e ingiusta, all’epoca però ci fu tutta una discussione, un dibattito interno. Quando parlo di un modello di democrazia interna, però, mi riferisco in particolare alla selezione della casse dirigente con regole precise. Anche quando Gianfranco Fini, nel 1977, fu eletto a capo del Fronte della Gioventù la sua scelta fu fatta da Almirante in una rosa di persone più votate di lui. Nel Msi vigeva una democrazia temperata dove il giudizio del leader era comunque importante, mentre nelle sezioni si contavano le schede e basta, ma dopo aspri confronti e una concorrenza reale. Paragoni con il M5s di oggi, francamente, sono offensivi. Quello non è neanche un partito…»