Feltri contro Mario Calabresi: «Pagine di saliva per Fo e nulla su tuo padre»

«Pagine e pagine non di inchiostro ma di saliva, trasformandolo in una sorta di eroe della patria culturale». Così Vittorio Feltri commenta il modo in cui la Repubblica ha affrontato la notizia della morte di Dario Fo, aggiungendo che «non ci sarebbe problema, se non fosse che il direttore Mario Calabresi non è un orfano qualunque, ma figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato da Lotta Continua molti anni orsono, dopo che Dario Fo ne aveva sollecitato l’eliminazione in un comunicato storico sottoscritto da una folla di intellettuali, veri o presunti, ovviamente tutti filo-comunisti».

Feltri: «Fo, nessuna dimestichezza con la letteratura»

Nel giorno in cui si celebrano i funerali del premio Nobel, con un ininterrotto omaggio di milanesi e autorità, dunque, il direttore di Libero si pone nuovamente, e decisamente, fuori dal coro dei tributi. Già in un’intervista radiofonica, Feltri aveva definito Fo «un buon attore, un guitto stupendo», ma con «nessuna dimestichezza con la letteratura». Non solo, ora il giornalista muove una critica senza sconti anche a chi quegli omaggi li ha tributati, a quei giornali che «si sono lasciati andare a elogi esagerati e si sono ben guardati dal muovere critiche al guitto, la cui esistenza è stata ricca di incidenti». Contro un quotidiano in particolare, però, Feltri punta l’indice, perché diretto, appunto, da un orfano che «non è un orfano qualunque»: Mario Calabresi.

L’attacco a Mario Calabresi

«Ora si sa che il tempo è medico e che la memoria è corta, per cui capisco che Calabresi abbia glissato sui misfatti di Fo e gli abbia riservato comunque smisurati peana sul proprio foglio», scrive Feltri nel suo editoriale, «ma c’ è un limite – aggiunge – oltre il quale non doveva andare». «Almeno due righe per ricordare il papà ammazzato su istigazione anche del Nobel egli avrebbe avuto l’obbligo morale di scriverle. Invece non lo ha fatto», è l’accusa di Feltri, che conclude con una stilettata ancora più violenta: «D’accordo che la carriera è fondamentale, ma lo è anche la dignità. Quella dignità che Adriano Sofri, condannato per il delitto del commissario, ha dimostrato di possedere dimettendosi da Repubblica il giorno stesso in cui l’orfano ne assunse la guida. Grande Sofri, piccolo Calabresi».