Fango sui politici poi assolti: il Csm (finalmente) fa un po’ di autocritica

Le clamorose assoluzioni di Roberto Cota e di Ignazio Marino, unitamente all’archiviazione della posizione di 116 indagati nell’ambito dell’inchiesta Mafia capitale riaccendono i riflettori sull’interventismo della magistratura che condiziona pesantemente le vicende politiche italiane. Un elemento su cui la stessa magistratura non può più tacere. Così il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, a Repubblica dice che i pm devono applicare il codice accertando anche fatti e circostante a favore delle persone indagate.

Commentando le ultime assoluzioni di politici, Ignazio Marino e Roberto Cota, Legnini fa notare  che “è giusto sottolineare l’aspetto positivo di queste vicende: c’è sempre un giudice che, nel contraddittorio delle parti, accerta la verità giudiziaria ed emana una sentenza di condanna o di assoluzione. E quando c’è un’assoluzione non necessariamente il pm ha sbagliato”, spiega. “Ritengo solo che i pm dovrebbero effettuare di più e meglio, già in fase di conclusione delle indagini, un giudizio prognostico più rigoroso sull’esito del procedimento“. Il che, precisa, “significa porsi il problema dell’effettiva sostenibilità delle accuse in dibattimento. Esiste ad esempio una precisa disposizione di legge – l’articolo 358 del codice di procedura penale – nel quale è scritto che il pm deve svolgere anche accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”.
“I politici rappresentano le istituzioni e quindi devono essere sottoposti al controllo di legalità come e più dei normali cittadini. Sono certo che la stragrande maggioranza dei pm non è animata da pregiudizi di alcun genere ed esercita le sue funzioni solo per accertare la verità. Il che non esclude che a volte non si verifichino anomalie ed eccessi nelle indagini. Piuttosto penso che la politica e la magistratura debbano recuperare il senso costituzionale delle rispettive autonomie”.
Quando la politica utilizza le inchieste della magistratura per regolare i conti interni di un partito “si mostra debole”.
Ciò che serve, secondo Legnini, “è che la politica decida con rigore, in casa propria e con le proprie regole, chi e quando allontanare, perché responsabile di fatti riprovevoli già accertati. E ciò prescindendo dall’andamento delle indagini penali che appunto possono avere un fisiologico esito di assoluzione”.