È il momento giusto: un progetto per far ripartire una grande Destra

Le crisi assegnano anche i tempi delle ripartenze. Non è un mistero per nessuno che il 2010, l’anno della scissione di Fini dal Pdl, è stato anche l’anno dell’inizio della crisi della Destra, nell’ambito della crisi più generale del centrodestra. Sono passati quasi 6 anni, un tempo più che sufficiente per elaborare il lutto. Negli anni precedenti c’era stato lo scioglimento di Alleanza Nazionale e la confluenza nel Popolo delle Libertà (2008), poi si era consumato l’abbandono di Fini dalle posizioni tradizionali della Destra per identificarsi in un neo-centrismo liberale pseudo occidentalista, con venature anglosassoni e massoniche. Uno psicodramma per militanti, dirigenti, elettori e sostenitori della Destra.

La diaspora della Destra e le sue conseguenze

Nacque la diaspora, con più rivoli di percorsi politici, spesso determinati più dai destini personali che da scelte ideologiche. Alla nostra crisi è succeduta ora la crisi degli altri. Il Partito democratico di Renzi appare alla vigilia di una implosione che sconquasserà l’intero gruppo dirigente, non solo quello storico, ma anche l’antico apparato di collegamento con la società reale, che va dalle cooperative (Legacoop) ai sindacati (Cgil), dalle Associazioni di categoria (Cna, Cia, Confesercenti) alle centrali culturali (Arci, Sindacati artisti, Usigrai), all’associazionismo ambientalista (Legambiente) alle Case editrici, associazioni sportive e di volontariato. Renzi pensa che sia uno scherzo tagliare con queste strutture ormai datate, in realtà è tagliare il cordone ombelicale con le radici profonde della loro cultura. Il Pd, dopo una fase di gloria (Europee al 40,8 per cento nel 2014) ora è nel marasma, che vinca o perda il referendum. Ma lo stesso vale per il Movimento 5 Stelle, cresciuto esponenzialmente in tempi rapidissimi, ma anch’esso ora alla prova del fuoco: avendolo votato un elettore su quattro è quindi diventato in più comuni maggioranza, ma l’attività di governo può aver successo solo con una classe politica professionalmente preparata e collaudata. Esattamente l’inverso degli improvvisati e dei pressapochisti a rotazione con cui intendono guidare le Istituzioni. Quindi ora c’e’ uno spazio libero, prima emotivo, poi elettorale, sul quale poter far decollare nuovamente una destra di massa, come era diventata Alleanza nazionale nei suoi momenti migliori. Spazzata via l’illusione che può sopravvivere una destra vera dentro Forza Italia, un movimento troppo leaderistico, o nelle tante iniziative più o meno velleitarie spuntate qua e là, sepolta da tempo l’esperienza di Futuro e Libertà, è venuto il momento di riprendere l’iniziativa ed utilizzare l’unica piattaforma che già c’è, Fratelli d’Italia.

 Giorgia Meloni è la leader

Giorgia Meloni ha conquistato l’autorevolezza, anche se è da consolidare ulteriormente, di leader; non esistono all’orizzonte personalità concorrenti, ma è necessario costruirle intorno un partito che non si fermi alla periferia di Roma, pur forte della entusiasmante percentuale del 20,6% , ma che si diffonda in tutta Italia, in percentuali prevalentemente a due cifre. Obiettivo che appare oggi problematico e che invece può essere realizzato da qui alle politiche della primavera 2018, cominciando dal risultato del referendum e delle elezioni comunali e regionali del 2017. Ma da dove partire, da quello che si è tentato in più occasioni di fare in questi anni, cioè mettere insieme spezzoni, a volte incompatibili, di vecchia classe dirigente? Questo progetto è destinato all’insuccesso, come si è visto, perché riannodare storie vissute è difficilissimo e le separazioni il più delle volte sono irreversibili. Bisogna ricominciare dagli obiettivi, e provo ad indicarli. Cominciamo dall’informazione: la Rai è un servizio di Stato pagato da tutti i cittadini e deve svolgere una informazione plurale. Non possiamo accettare la marginalizzazione della destra. Chi ci vieta di andare sotto la Rai a manifestare e infastidirli continuamente ad ogni evidente scivolone che compiono? Bastano poche decine di militanti (vivaci) e il problema a loro si pone. Immigrazione: chi ci vieta di protestare a “gatto selvaggio” di fronte ai centri di accoglienza, gestiti dalle cooperative rosse, talvolta colluse anche con il malaffare e comunque con faccendieri, creando anche lì a loro condizioni di difficoltà? Non occorrono migliaia di persone. Chi ci vieta di ricominciare a fare sit-in davanti alle Banche fallite e soprattutto davanti a Banca Italia e al Ministero delle Finanze? Proprio nessuno, anzi la gente se lo aspetta. Chi ci vieta di manifestare per l’occupazione ed il lavoro davanti ai ministeri, o davanti alle fabbriche dissestate, o alle centrali della finanza o degli organismi europei penalizzanti dell’economia italiana? O di fare manifestazioni a sostegno dell’agricoltura, della pesca, della salute, della sicurezza o dell’arte e della cultura contro la cattiva gestione del Governo Renzi e delle Regioni? Occorre tornare al movimentismo e all’azione. Ricordo che la Destra negli anni ’70-80 fece manifestazioni “impossibili” in un clima esasperato e di estrema difficoltà, riportando successi e consenso. La Destra riparte se ritorna sul campo con la militanza, l’intraprendenza, la fantasia e lo spirito di sacrificio. E soprattutto tornare ad essere un laboratorio di idee, di contenuti e di proposte, non solo polemica politica. Questo deve essere il tema che Giorgia Meloni deve affrontare con energia a Milano il prossimo sabato alla manifestazione per il No al referendum, che è il suo rientro ufficiale in politica dopo la gravidanza, occasione per lei di crescita anche esistenziale, guardando anche agli orizzonti europei e internazionali. In politica bisogna crederci e vince sempre l’autenticità, che viene percepita dagli elettori e da tutta l’opinione pubblica, viene recepita dalla stampa e dai mezzi di comunicazione ed oggi addirittura esaltata dai social network su internet. Dobbiamo rompere l’incantesimo dell’attesa rinunciataria e dell’inerzia pessimista.