Così gli italiani insegnano l’arte dello sminamento ai Peshmerga anti-Isis

Un gruppo di Peshmerga irrompe in una cittadina dell’Isis. I loro compagni, aiutati da aviazione e artiglieria, hanno ripulito l’area da fanteria e cecchini e costretto i jihadisti a ritirarsi. I curdi ora possono avanzare. Ma c’è un’incognita che pesa come un macigno: le trappole esplosive dell’Isis piazzate ovunque. È l’arma del Califfo Abu Bakr al Baghdadi che ha mietuto più vittime tra i curdo-iracheni in due anni di conflitto. Entrano in azione le unità Explosive Ordinance Disposal (Eod). A loro spetta il compito di dare la caccia alle bombe dell’Isis. Le devono individuare per impedire che i soldati avanzando rimangano vittime delle trappole. A Erbil, i militari italiani inquadrati nell’operazione Prima Parthica addestrano i Peshmerga dal gennaio 2015. In tutti i campi, dalla fanteria ai cecchini fino appunto ai cacciatori, con corsi avanzati. La base addestrativa – alla quale oggi l’Ansa ha avuto accesso – è all’interno di un’area residenziale in costruzione. Tempo fa finanziatori hanno fermato i lavori e l’area è stata messa a disposizione dei militari. Gli edifici sono quasi tutti incompleti. Un occhio poco attento potrebbe considerarli bombardati o teatro di violenti scontri armati. In uno dei viali che scorre tra le file di villette a schiera, un gruppo di Peshmerga del X Battaglione avanza con i metal detector. È solo uno dei mezzi che hanno a disposizione per individuare le bombe dell’Isis. Hanno anche fili di metallo per sondare il terreno, aste con specchi per trovare i segni della trappola dietro a un muro, un angolo o una colonna.

Gli italiani addestrano a evitare le trappole

Il gruppo avanza accompagnato da una istruttrice dell’Esercito italiano. Il soldato più avanzato si ferma, grida ai compagni. È il segnale: è stato trovato uno Ied, uno di quelli più terrificanti perché utilizza la tecnica della pressione. Nella stradina, interrato, c’è un meccanismo che innesca la bomba. Basta passarci sopra e una vita è persa. La quantità di esplosivo può variare – spiegano gli ufficiali italiani – a seconda dell’obiettivo che si vuole colpire, uomini, blindati o mezzi corazzati. In una strada laterale intanto un Peshmerga avanza, anche lui a caccia di bombe. Scruta dietro un muro, usa il metal detector, segna con dei nastrini rossi il passaggio sicuro. Poi si ferma e grida. Anche lui ha trovato una bomba. Questa ricorda il film Rambo: un filo da pesca trasparente si snoda sul terreno. Lo si vede solo perché il sole acceca e il filo riflette i raggi. È collegato a una bomba a mano in una scatola di cartone dietro a un palo. Messa in sicurezza l’area, i Peshmerga puntano ora una casa. Dentro c’è un strano tubo nella parete. Il militare lo collega a una lunga corda e delle carrucole. Esce e va dai suoi compagni, a distanza di sicurezza, che in una operazione vera è distante almeno 100 metri. «Uno, due, tre!», grida il capo-team: il soldato tira la corda, dal tubo nella casa schizza via una bomba da mortaio trasformata in trappola mortale. L’addestramento è finito, i Peshmerga si rilassano e tirano il fiato. Hanno passato il test, ora potranno salvare centinaia di loro compagni in prima linea.