L’ultimo detenuto di Piazza Tienanmen torna libero dopo 27 anni di carcere

Quando il regime comunista cinese calò il maglio della terribile repressione della pacifica protesta degli studenti per la democrazia di Piazza Tiananmen, nel giugno del 1989, aveva 24 anni. Oggi, dopo 27 duri anni trascorsi in carcere, Miao Deshun ne ha 51, è fisicamente molto debole, malato di epatite B e soffre di schizofrenia. Ma l’ultimo detenuto di Tiananmen è tornato a essere un uomo libero. Almeno secondo quanto hanno rivelato un suo ex compagno di prigionia e la Dui Hua Foundation, un’organizzazione che lotta per i diritti umani in Cina con base a San Francisco. Secondo quest’ultima, Miao non si è mai “pentito” di aver preso parte a quella protesta e non avrebbe mai firmato dichiarazioni che potevano abbreviargli la pena, come fecero altri, ed è quindi stato sottoposto a regime carcerario molto duro. Tuttavia ha beneficiato di una riduzione di pena di undici mesi, dopo aver trascorso più della metà della sua vita dietro alle sbarre.

Cina, la storia dell’ultimo detenuto di Piazza Tienanmen

Secondo la Dui Hua Foundation, Miao ha passato gli ultimi anni nel penitenziario di Yanqing, alla periferia di Pechino, che ospita i detenuti ammalati. «Nessuno al di fuori delle guardie carcerarie e di alcuni detenuti del suo stesso braccio della prigione per disabili, anziani e malati lo ha mai visto da anni», ha spiegato John Kamm, direttore esecutivo della Dui Hua. Dopo l’arresto del 1989, Miao trascorse diversi anni nel Carcere numero 1 di Pechino, dove lo conobbe Wu Wenjian, operaio di fabbrica che trascorse quattro anni con lui in cella. Col passare degli anni, ha riferito Wu, «Miao divenne molto testardo e rifiutava di fare lavori usuranti, rifiutava la “rieducazione” o di scrivere “lettere di pentimento”. Per quello fu trasferito a un altro carcere per “irriducibili”». Secondo Wu, Miao fu trattato per questo con particolare ferocia dalle guardie carcerarie, che spesso lo picchiavano con i manganelli o lo colpivano con gli sfollagente elettrici. «È quindi abbastanza un miracolo che sia ancora vivo. Noi tutti pensavamo che non ce l’avrebbe fatta», ha raccontato il compagno di prigionia di Miao.

Vittima della repressione del regime comunista

Al carcere per malati di Yanqing arrivò nel 2003. Miao Deshun è stato una delle migliaia di vittime della repressione che si abbatté sugli studenti e i semplici cittadini che per settimane stazionarono in sit-in permanente nella grande piazza antistante la Città proibita, chiedendo più democrazia e libertà di parola. Il 2 e 4 giugno 1989 carri armati e truppe conversero su Pechino e iniziò il bagno di sangue, i cui prodromi furono immortalati nell’immagine iconica dello studente armato solo di una busta di plastica che sta in piedi di fronte a un carro armato cercando di fermarlo. Il numero dei morti è stimato da alcuni in centinaia, da altri in migliaia. Oltre 1.600 persone furono poi arrestate a Pechino e in tutta la Cina e da allora è calato il sipario del regime su quegli eventi, dei quali è vietato scrivere e persino discutere. Miao fu inizialmente condannato a morte per aver gettato un cesto in un cassonetto in fiamme: un gesto che per il tribunale equivaleva ad “incendio doloso”. La pena fu poi commutata in ergastolo.