Ci indigniamo per un gorilla morto ma restiamo fermi se Sara ci chiede aiuto per strada

Da giorni su Fb non si parla che di quel vergognoso omicidio a sangue freddo, consumatosi sotto gli occhi di tutti, senza alcuna pietà per la vittima. Chi, Sara? La giovanissima massacrata dal fidanzato e data alle fiamme  su una strada di Roma trafficata di auto e di persone? No, un gorilla: la grande mobiltazione virtuale, il disgusto telematico e la rivolta dei leoni da tastiera riguarda un animale peloso, non una ragazzina biondina dal viso delicato. Sui social impazza la vicenda che ci è rimbalzata dagli Stati Uniti su un primate ucciso dai veterinari dello zoo di Cincinnati per evitare che potesse fare del male a un bambino caduto nella sua gabbia. Lo scimmione, in effetti, come si vede nel video, sembrava tutt’altro che minaccioso, ma non secondo gli addetti allo zoo che per motivi evidentemente ragionevoli (cosa possiamo sapere noi di gorilla, di reazioni allo sparo di un anestetico o al tentativo di cattura del primate?) hanno deciso, a malincuore, di abbatterlo.

Sul web, ovviamente, la catena di Sant’Antonio è scattata subito, innescata dal solito coro degli animalisti: “Rivolta”, “Mobilitazione”, “Vergogna”. E nel giro di qualche ora ci siamo ritrovati il povero gorillone ucciso spalmato sulle nostre bacheche da casalinghe disperate che si districavano tra pankake e King Kong, parenti gattari che per solidarietà si indignavano per il gorilla americano, fidanzati e amici dal cuore sensibile che fino a ieri strafogavano capretti massacrati in serie per le nostre cene pasquali e che oggi raccolgono “like” come fossero patate al forno per il gesto dei soliti, barbari, esponenti del genere umano. Perché sui social, quando c’è da indignarsi con un semplice tastino, siamo tutti bravi, ci sentiamo migliori, anche un po’ speciali se pensiamo di essere stati i primi a segnalare gli atroci misfatti che si consumano nel mondo. Il gorilla ucciso, in questo senso, è il trend topic per eccellenza su Fb: si porta, fa figo, crea aggregazione, strappa anche nuove amicizie e forse anche qualche scopata extra.

Ma già la foto del bambino immigrato, rivenuto in mare morto e tenuto in braccio da un commosso pescatore di cadaveri chiamato a soccorrere l’ennesimo barcone della morte, ormai fa meno tendenza, non gira più come una volta, come ai tempi del piccolo Aylan e di quella foto drammatica del corpicino disteso sulla spiaggia turca. L’enorme salto che c’è tra l’impegno civile sui social e quello “civico” che si dovrebbe praticare nella realtà, per strada, nella vita di tutti i giorni, ce lo fotografa perfettamente proprio la vicenda di Sara Di Pietrantonio, uccisa dal fidanzato nella nottata di sabato alle porte di Roma. Le cronache ci segnalano che aveva provato a scappare, per strada, chiedendo aiuto agli automobilisti che la incrociavano. Invano. Nessuno s’è fermato. Forse sono gli stessi che oggi condividono la sua foto su Fb e che ieri chiedevano i “like” per il gorilla morto: quelli che dietro la protezione dello schermo si sentono forti e motivati ma che in strada hanno paura anche di fare una telefonata al 113. Certo, non siamo noi, perché noi non ci saremmo mai girati dall’altra parte. O forse sì, perché,  come diceva qualcuno, gli altri siamo noi, nessuno si senta escluso.