Aymé, l’amico di Brasillach e Céline che inventò il realismo fantastico

Allergico alla mondanità, spirito libero, anticonformista al punto da rifiutare di far parte dei membri dell’Accademia di Francia, Marcel Aymé (1902-1967) è a torto considerato un autore “minore”: nei suoi racconti, al contrario, con largo anticipo sui tempi, la satira politica contro i potenti, i vizi delle società dedite al consumismo più sfrenato e le ipocrisie di una borghesia incanaglita da vuote convenzioni, sono il materiale grezzo sul quale Aymé costruisce storie che variano dalla dimensione realista a quella fantastica con abilità sorprendente. Ne è prova la raccolta appena edita dalla casa editrice L’Orma, Martin il romanziere (pp. 205, euro 16), dove lo spunto della narrazione prende il via da paradossi beffardi: una “carta del tempo” inventata dai governanti per eliminare i soggetti ormai vecchi e improduttivi, un romanziere che non riesce più a dominare la vita dei suoi personaggi, che entrano e escono a piacimento dalle pagine dei suoi scritti, una legge bizzarra approvata dal Parlamento che stabilisce che l’anno è fatto di 24 mesi, col risultato che i vecchi tornano giovani e i giovani tornano bambini, premessa di una folle guerra generazionale e ancora un pluriomicida che cerca di sapere da un parroco quante messe deve far celebrare perché la sua anima scampi alla condanna infernale.

martin il romanziere

Di qui il fatto che la critica ha riconosciuto negli scritti di Aymé l’emergere della fantapolitica come espediente per fare del racconto una parabola, il che fa dello scrittore un moralista nel senso che sollecita reazioni morali inevitabili. Connotati stilistici che si accompagnano alla dimensione grottesca, comica, a tratti libertina. Elementi che si rintracciano soprattutto nelle raccolte di novelle, anche se la notorietà fu raggiunta nel 1933 col romanzo La giumenta verde.

Benché avversario di ogni forma di razzismo fece pubblicare alcuni racconti anche dal giornale Je suis Partout, si adoperò per salvare la vita a Robert Brasillach (alle epurazioni selvagge del dopoguerra dedicò nel 1948  un romanzo, Uranus), fece il possibile per riabilitare agli occhi del mondo l’amico Céline, che considerava “il più grande scrittore francese vivente e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto”. Un artista intellettualmente onesto, diffidente verso i rituali parigini (era cresciuto nel Giura, ma una scultura lo ricorda nella sua casa a Montmartre), non un anarchico ma uno – come ha scritto il suo biografo Michel Lecureur che recitava la parte del “tipo sperduto nel mondo letterario”. La parte che in fondo si addice a chi è dotato di vera genialità.

 

Durante l’occupazione