Assoluzioni a gò-gò: è ora di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale

Assoluzioni, archiviazioni, proscioglimenti: l’ultim’ora dalla trincea del conflitto tra poteri dello Stato sembra assegnare indubbiamente un vantaggio alla politica sull’uso politico della giustizia. Ma è solo un’illusione. Le marcature – per dirla in gergo calcistico – sono saltate da un pezzo e il rapporto tra potere politico e ordine giudiziario potrà rientrare nella sua dimensione fisiologica solo se il primo troverà il coraggio di riformare in profondità il secondo. Come? Eliminando, ad esempio, il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale che in abbinata con l’assoluta indipendenza delle toghe è il mostro, tutto italiano, che ha trasformato l‘avviso di garanzia nella continuazione della politica con altri mezzi e la magistratura nel contropotere supremo.

Ma non basterebbe, perché nessuna delle attuali macroscopiche distorsioni sarebbe stata possibile senza il concorso attivo del circuito mediatico. Procure militanti e stampa compiacente marciano divise per colpire unite. Lo dimostrano le tante carriere giornalistiche facilitate nei corridoi delle procure e le altrettante carriere giudiziarie pianificate nelle redazioni e nei talk-show. Già, perché gli assolti, gli “archiviati” e i prosciolti di oggi sono solo gli “impresentabili” di ieri. Politici e amministratori cui è stata sfregiata l’immagine e rovinata la vita dall’implacabile tricoteuse collettiva annidata nella stampa e ora anche sui social. Un’arsenale micidiale e mutante, che oggi tende a ovattare il proprio mix di livore ideologico e rancore sociale sotto concetti come “opportunità”, “moralità” , “senso etico”. È questo il nuovo mantra per tenere sotto botta la politica. Chiedere per conferma al grillino Di Maio, che con grande sprezzo del ridicolo ha accolto l’assoluzione di Ignazio Marino con parole che si commentano da sole: «Magari la vicenda scontrini non è reato – ha sentenziato -, ma resta un atto immorale nei confronti dei cittadini». Immorale, capito? Detto poi da un dirigente di un movimento che annovera tra le sua fila l’assessore Paola Muraro, pesantemente inquisita dalla stessa procura capitolina e tuttora in carica nonostante il suo insediamento a botte di diretta streaming e di raffiche di “onesta-tà-tà-tà”. La realtà è che da troppo tempo spuntano come funghi avvelenati partiti e movimenti il cui consenso, cospicuo o esiguo che sia, è figlio esclusivo del giustizialismo.

Certo, l’Italia è malata di corruzione, ha interi territori schiacciati dalla “sovranità” criminale di mafie e consorterie varie, ma la cura contro questa peste non sono i magistrati redentori. Se sentiamo troppi commenti politici alle sentenze è anche perché esistono troppi veti giudiziari alle decisioni di Parlamento e governo e quando lamentiamo che in Italia, a differenza di altre latitudini, un avviso di garanzia non basta a disarcionare un uomo pubblico, consideriamo pure che solo in Italia i magistrati si tuffano in politica e fondano partiti. È questo l’epicentro del nostro marasma istituzionale. E qui avrebbe affindare il bisturi una riforma costituzionale seriamente intenzionata a mettervi ordine. Il vero problema italiano, caro Renzi, è lo soggiacenza del Parlamento al Csm. Altro che abolizione del Cnel.