Addio Caprotti, il patron della Esselunga e nemico no. 1 delle coop rosse

Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga scomparso ieri, nasce a Milano il 7 ottobre 1925. Rampollo di una famiglia di industriali tessili, diplomato al liceo classico e laureato in Giurisprudenza, al termine degli studi parte per gli Stati Uniti, spinto dal padre che punta tutto su di lui per portare avanti il suo lavoro nell’industria del cotone e della meccanica tessile. Il giovane non si risparmia: si rimbocca le maniche e lavora in catena di montaggio tra carde, filatoi e telai, ma indossa anche la giacca, per andare alla borsa cotoni di Wall Street. Un anno di duro lavoro, al termine del quale torna in Brianza e inizia a lavorare nella manifattura di famiglia, ricorda ADN-Kronos.

L’adolescenza negli Stati Uniti

La morte del padre, avvenuta nell’estate dello stesso anno, porta Caprotti alla guida dell’azienda. Finché, nel ’57, arriva l’opportunita’ di salire sugli scaffali della grande distribuzione. Nelson Rockefeller, nipote del celeberrimo fondatore della Standard Oil, vuole aprire una catena di supermercati in Italia. L’uomo d’affari americano prende contatti con i fratelli Brustio, vertici della Rinascente, ma Marco Brunelli e Guido Caprotti, fratello di Bernardo, ascoltano casualmente la conversazione tra Rockefeller e i manager italiani nella hall di un albergo di Sankt Moritz e riescono a soffiare l’affare alla Rinascente, che pretendeva la maggioranza della società nascitura.

Quando Tornatore girò ‘Il Mago di Esselunga’

La Supermarkets Italiani Spa apre il suo primo supermercato in un’ex-officina di viale Regina Giovanna, a Milano. La catena di punti vendita avrebbe preso presto il nome di Esselunga. I fratelli Caprotti (Bernardo, Guido e Claudio) rilevano il 18% del gruppo, la quota che Rockefeller voleva destinare ai Brustio. Come azionisti entrano anche la famiglia Crespi, con il 16%, e Marco Brunelli, con il 10%. Quattro anni dopo, l’imprenditore brianzolo rileva il 51% delle azioni da Rockefeller, sborsando quattro milioni di dollari. E’ il primo passo verso l’abbandono del tessile. Dal 1965, in pieno boom economico del Bel Paese, Caprotti si dedica solo alla grande distribuzione, ma sono anche anni di conflitti sindacali. Le associazioni dei lavoratori ottengono aumenti salariali, ma, secondo loro, una turnazione inadeguata alla vendita al dettaglio. Gli scontri continuano per vent’anni. Nel 1988, Caprotti vince il braccio di ferro con il supporto dei colletti bianchi dell’azienda: vanno a casa 904 lavoratori su 5.684 e l’azienda apre il primo magazzino automatizzato, con lettori di codici a barre alle casse, che permettono di mantenere operativi punto vendita e catena distributiva, anche in carenza di forza lavoro.

La lunga guerra Caprotti-sindacati

L’assetto dato al gruppo Esselunga a partire dal 1996 scatena una contesa giudiziaria tra Bernardo e i figli Giuseppe e Violetta. La vicenda tiene banco per anni nelle aule dei tribunali e si conclude lo scorso febbraio con la pronuncia della Cassazione, che respinge il ricorso dei figli. Il 21 settembre 2007 a Milano, presenta il suo libro, intitolato ‘Falce e Carrello’. Nel testo, Caprotti racconta degli ostacoli frapposti all’espansione del suo gruppo nelle regioni ‘rosse’, accusando le Coop locali di gravi scorrettezze commerciali, oltre che di intrecci indissolubili con la politica. Il volume dà vita a una lunga battaglia nelle aule dei tribunali a colpi di denunce e richieste di maxi risarcimenti. Nel 2011 il tribunale di Milano condanna Esselunga a risarcire Coop e al ritiro del pamphlet dal mercato, vietando inoltre di reiterarne la pubblicazione e di diffonderne i contenuti. Tuttavia il giudice della prima sezione civile della Corte d’Appello di Milano accoglie la richiesta di sospensiva presentata da Esselunga contro la precedente sentenza e, in attesa del giudizio di secondo grado, il libro viene ristampato e ridistribuito nel circuito commerciale. Grande anche la passione di Caprotti per l’arte. Nel 2013 ufficializza la donazione alla Pinacoteca Ambrosiana di un dipinto su tavola del XVI secolo, acquistato nel gennaio 2007 da Sotheby’s per 440mila dollari. Si tratta di un volto di Cristo attribuito al pittore Gian Giacomo Caprotti, artista noto come il Salaino o Salaì, ragazzo di bottega, allievo, modello e amico di Leonardo da Vinci.