A un mese dal sisma tra vite sospese e futuro da inventare. E la terra trema ancora

«Sinceramente non so come sarà il mio futuro, è cambiato tutto». Le mattine il titolare di una ditta di infissi  attraversa cumuli di macerie per aprire l’officina in piazza Sagnotti ad Amatrice. È l’esemplificazione di una ferita aperta Non ci sono più palazzi per metter le finestre, le porte. Tanti come lui tentano di riannodare le fila di un lavoro, di affetti, di rapporti con la gente. È dura. È passato un mese da quel 24 agosto e i giorni del terremoto trascorrono nella fatica e nel ricordo, mentre la terra continua a tremare: una scossa di magnitudo 3,8 è stata avvertita tra Norcia, Accumoli e Arquata del Tronto; senza provocare danni, per fortuna.

Terremoto, cenni di vita tra le macerie

Più a valle, a Grisciano, Giampiero e Chiara hanno appena riaperto la “Vecchia ruota”: ci sono le facce stanche degli operai in piedi dalle 5, le stesse che c’erano anche prima di quell note maledetta, e quelle dei volontari; i camionisti di passaggio sulla Salaria. Un primo e un contorno, 10 euro; un primo ed un secondo, 13. «I prezzi erano questi e restano questi. Ripartiamo, ma se non ci danno un container saremmo costretti a chiudere di nuovo». Un mese dopo il terremoto cammini per le strade di Amatrice e Pescara del Tronto, Accumuli ed Arquata, e si ha sempre la stessa sensazione: cenni di vita spuntano fuori qua e là, tra i tondini di ferro arrugginito e i ricordi sommersi dalle macerie, almeno fino a quando la pioggia non avrà finito di cancellare anche quelli, riducendo tutto a poltiglia. I problemi sono tanti e fin quando, a primavera, non arriveranno le casette, tenere unite le comunità è impresa ardua: la sera piomba il freddo e picchia duro nelle tende, la viabilità è ancora  complessa, le macerie sono ancora tutte dove le ha lasciate la scossa. E il turismo, vero volano economico di queste terre di montagna, è un lontano ricordo.

Alla ricerca della normalità perduta

Eppure ci si prova, a ripartire. Anche se è dura. Sorgono comitati spontanei tra cittadini, perché stando uniti si è più forti, gli artigiani chiedono che le istituzioni realizzino delle aree dove poter riaprire botteghe e laboratori, gli allevatori si organizzano. Qualche campo comincia a chiudere e l’imperativo di tutti è via l’ultima tenda entro fine mese. Ce ne sono ancora tante, troppe. Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice, dice che “non è più una situazione gestibile”. Ma non è così semplice, mandare la gente negli alberghi o nelle seconde case. Perché in molti hanno paura di non tornare mai più. E soprattutto, che la politica si dimentichi delle promesse fatte.  Il titolare del supermercato Tigre di Amatrice, accanto all’ospedale che non ha retto, dice di non volere andare via: «Siamo cinque soci – dice alle agenzie e ai cronisti giunti per i reportage a un mese dai tragici eventi-  8 famiglie, 15 persone in tutto con figli da 3 a 30 anni. Vogliamo ricostruire e continuare a lavorare qui, questo posto ha delle potenzialità grandissime, che la politica non ha mai capito. Ma devono aiutarci». Le stesse parole di Simona Paoletti titolare di una boutique, il negozio di abbigliamento proprio sotto la torre civica. «Sono una commerciante da 20 anni, se riparte l’economia riparte tutto il territorio. Bisogna fare in modo di tenere qui le famiglie ma è dura, più passano i giorni e più ci si rende conto di aver perso tutto, i sacrifici di una vita svaniti in un attimo. Abbiamo bisogno di una mano».

Quelle macerie che pesano sul futuro

Pescara del Tronto è ancora un immenso cumulo di macerie, i sopravvissuti accedono solo scortati dai vigili del fuoco per tentare di recuperare il possibile. Una processione mesta e quasi sempre infruttuosa. Elisa Filipponi guarda il memoriale realizzato dai carabinieri, un pezzo d’albero sostenuto dalle macerie, con in cima il Tricolore. «Questo monumento ci dà una speranza per un nuovo inizio. Tutto quello che facciamo è per chi è rimasto e speriamo che i nostri sforzi non siano vani». Quello delle macerie è un problema serio: perché parliamo di 700mila metri cubi di rovine e perché prima si portano via e prima si può davvero cominciare a pensare al futuro. Ma anche in questo caso, non è cosa semplice, grazie alla solita burocrazia. Amatrice e Accumuli hanno almeno scelto i luoghi (due cave dismesse il località Carpellone e Vallicelle), ma manca l’individuazione dell’ente che dovrà gestire i siti. Marche e Umbria, invece, sono ancora più indietro, alla fase dei sopralluoghi per la scelta dei siti. Così le macerie continuano a far da set alle tv. Sabato per la ricorrenza il vescovo di Ascoli, Giovanni D’Ercole, celebrerà una messa ad Arquata Domenica mattinasarà il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, ad inaugurare una lapide in memoria delle vittime nel parco comunale «Padre Minozzi» Pirozzi aveva annunciato  il via tutti dalle tende, ma forse occorrerà ancora qualche giorno. Secondo la Protezione civile, al momento, sono 3.027 le persone ancora assistite tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo nei campi, nelle strutture e negli alberghi.