Sisma, Agata in lacrime: «Ho perso la casa, fatemi riaprire il bar a Grisciano»

Ha perso la casa, sotto i colpi del terremoto. Il lavoro invece ce l’ha ancora: è dentro le pareti di legno del suo bar che per questo, e grazie al rispetto delle norme anti sismiche, ha resistito alla furia del 24 agosto, ma che è stato chiuso forzatamente perché un agriturismo vicino è inagibile e quindi rischioso anche per chi sta attorno. E’ il paradosso – come racconta un servizio dell’Ansa – con cui vive da giorni Agata Fidanza, proprietaria del bar Pinguino a Grisciano, frazione di Accumoli a 700 metri sul mare, più vicina alle Marche che al Lazio e quasi cancellata dalle scosse.

Il bar a Grisciano, il lavoro e quella notte drammatica

«Mi hanno promesso che avrei potuto riaprire a breve, ma le transenne sono ancora lì». E continua come una cantilena: «Non voglio soldi. Voglio solo un lavoro, il mio lavoro». Una settimana fa un controllo dei tecnici aveva accertato che il bar a Grisciano è sicuro. «La mattina del 24 agosto eravamo lì e abbiamo accolto donne e bambini – ricorda – Per il terremoto sono cadute solo un po’ di bottiglie e scaffali». In effetti per una decina di giorni è stato l’unico bar aperto (l’altro è inagibile) nel paesino che d’inverno conta 160 anime, d’estate molte di più. Mercoledì mattina la novità, anticipata da una telefonata notturna. «Mi hanno detto solo che il giorno dopo non avrei potuto aprire – spiega – Poi ho capito il perché». A dieci metri dal bar Pinguino c’è un agriturismo di tre piani che è a rischio crolli e, secondo quanto riferito alla barista, servirebbero almeno altri 5 metri di distanza per star sicuri. «Ma così ci rimette tutto il paese», insiste Agata che ha 55 anni, un marito agricoltore e un figlio in cerca di lavoro. Del resto a Grisciano il Pinguino non è solo caffè e cappuccini, ma una moderna agorà dove si gioca a ping pong, dove si conoscono tutti e si brinda ai compleanni. «La gente voleva occupare il bar la mattina che l’abbiamo trovato chiuso. Sono stata io a riportare la calma, fiduciosa che si sarebbe trovata una soluzione». Un’alternativa era arrivata dalla Cna che le aveva offerto una struttura mobile attrezzata. «Sono stati gentilissimi, ma poco dopo il Comune mi ha detto che avrei potuto riaprire a breve perché mettevano in sicurezza l’agriturismo, e così ho preferito aspettare». Invece sul bar è calato il silenzio. «Ora vivo come un fantasma: la mattina faccio colazione nell’albergo di San Benedetto del Tronto dove ci hanno spostato e vengo qui. Cerco di parlare con gli addetti del Comune, con i vigili del fuoco, parlo con gli altri disperati come me. Poi si fa sera e torno in hotel. Ma il mio bar è in piedi e non mi do pace», conclude.