Senza fine. La Raggi nomina al Bilancio un giudice della casta. Poi salta tutto

Ancora uno scivolone di Virginia Raggi. Ancora un rinvio. Niente da fare per l’assessore al Bilancio del comune di Roma. Bruciato per ora anche l’ultimo nome fatto dalla sindaca Virginia Raggi, quello di Salvatore Tutino, ex magistrato in pensione della Corte dei Conti ed ex ispettore del Servizio ispettivo tributario, contro il quale tre anni fa si erano rivolti gli strali dei grillini giustizialisti. Possibile che l’ingenua Virginia non sapesse che Tutino era stato pesantemente attaccato dal movimento come esponente della casta vicino al Pd?

Altra gaffe della Raggi

L’ingresso in giunta sembrava cosa fatta (il sindaco avrebbe dovuto dare l’annuncio in queste ore a Palermo) prima dei malumori dei Cinquestelle contro la Raggi per aver scelto un “nemico” del popolo.  Così, per evitare nuovi scivoloni nella tragicommedia della giunta, la Raggi ha deciso di rinviare l’ufficializzazione della nomina alla prossima settimana. A tre mesi dall’insediamento sono ancora due le caselle ancora in bianco dopo le dimissioni di Marcello Minenna e lo spacchettamento dell’assessorato in due deleghe, quella alle partecipate da quella al Bilancio. Alla guida dell’assessorato che dovrà vigilare sulla malconcia cassa del Comune la rosa si è ridotta a tre-quattro nomi tra i quali quello dell’ex giudice voluto dalla signora («è lei che decide», ha detto Beppe Grillo alla kermesse di Palermo). Esperto di politica fiscale e tributaria, su di lui è caduta l’opzione della sindaca di Roma ignara della rivolta dei suoi.

Il veleno di Di Battista contro Tutino

Era il dicembre del 2013 quando alcuni parlamentari 5Stelle attaccarono l’allora governo Letta, con in testa Alessandro Di Battista, per la nomina di Tutino alla Corte dei Conti. «Mentre questo governo di ladri impoverisce il Paese e svuota persino le tavole natalizie di molti italiani, contemporaneamente, non perde occasione di fare nomine ad amici e lo fa in tempi davvero sospetti!», scriveva Di Battista. Nel mirino il tetto di 300mila euro sul cumulo di pensioni, vitalizi e stipendi pubblici che stava per essere approvato dalla legge di stabilità. Quelle nomine arrivate prima del varo fecero infuriare i grillini: «Il Cdm si è riunito in fretta e furia, doveva nominare cinque esponenti della casta per fare in modo che prendessero la poltrona prima dell’entrata in vigore della Legge di stabilità», scriveva Di Battista citando i nomi incriminati nominati dal governo Letta,  tra i quali quello di Salvatore Tutino. Nulla da fare, quindi. Dopo l’addio della magistrata Carla Raineri resta ancora vacante la poltrona di capo di Gabinetto, crocevia delicatissimo per il funzionamento della macchina amministrativa. Nella lunga lista di papabili è spuntato l’ennesimo uomo con la divisa della Guardia di Finanza. Dopo il rifiuto del generale Ugo Marchetti, l’ultimo in ordine di tempo è Gianluca Berruti, tenente colonnello delle Fiamme Gialle, le stesse da cui provengono Raffaele Marra e il suo vice Gianluca Viggiano.