Salviamo l’orso marsicano. Per l’Abruzzo una risorsa, non un nemico

A causa di un paio di incursioni subite da alcuni pollai alle porte di Sulmona (AQ) e rilanciate dalle agenzie di stampa, si è di nuovo parlato dell’orso bruno marsicano, il più grande mammifero terrestre della fauna d’Italia, simbolo delle montagne abruzzesi e perennemente a rischio di estinzione.

Le peculiarità ambientali in cui la specie vive, lo scarsissimo tasso riproduttivo, l’estrema vulnerabilità a livelli anche minimi di mortalità causata dall’uomo, la marcata suscettibilità a qualsiasi forma di disturbo e la tendenza a entrare in situazioni di conflitto con l’uomo fanno sì che la tutela dell’orso sia una tra le più difficili sfide di conservazione che un paese civile e rispettoso dei suoi ambienti naturali debba affrontare. Figuriamoci poi in un paese densamente abitato (e con una vaghissima cultura ecologica) come l’Italia. Il nostro orso marsicano, isolato per secoli dai suoi cugini alpini, ha sviluppato, oltre che modelli comportamentali differenti, che lo rendono l’orso più mite e pacifico al mondo, alcune diverse caratteristiche morfologiche, che ne fanno, di fatto, una popolazione a sé stante ed unica nel panorama mondiale.

Questa caratteristica rende gli orsi dell’Appennino centrale ancora più preziosi, ma al contempo impedisce di pensare a qualsiasi tipo di operazione di rafforzamento o rinsanguamento con individui importati da popolazioni diverse, ma simili, come quella attuata in Trentino a fine anni ’90 rendendo cosi la conservazione di questa sottospecie (infinitamente più rara del panda) una sfida senza “rete di protezione”. Non è esatto pertanto dire che la specie sarebbe addirittura in grande ripresa perché si sono registrati alcuni furti di galline intorno a Sulmona: la notizia risulta deleteria per il destino dell’orso poiché accrediterebbe una situazione favorevole della specie che è invece ridotta a soli circa 50 esemplari, un numero che è già secondo i biologi sotto la soglia minima adatta a garantirne la sopravvivenza nel medio termine (20-30 anni).

Il tentativo di affrontare in maniera organica e coordinata la questione della conservazione di questa piccolissima relitta popolazione di orso produsse, ormai circa 9 anni fa, uno strumento (il PATOM – Piano di Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano) destinato nelle intenzioni dei suoi promotori ad indirizzare e fornire alla miriade di enti, che si dividono la responsabilità di gestire il territorio dell’orso, le necessarie prescrizioni affinché, coordinandosi tra di loro, fosse garantita alla popolazione ursina la possibilità di consolidare i suoi numeri e di incrementarli. Inizialmente promosso, sottoscritto e ratificato da tutte le autorità politiche e amministrative dell’area geografica comprendente l’habitat primario dell’orso marsicano, il PATOM o meglio le sue prescrizioni, purtroppo, non sono mai state implementate ed il piano rischia così di essere un inutile documento cartaceo o, nell’ipotesi più benevola, un pura esercitazione teorica con nessuna ricaduta concreta sulla popolazione di orso marsicano.

Nonostante i recenti encomiabili sforzi di alcuni funzionari del Ministero dell’Ambiente tesi a promuoverne l’applicazione, rimane evidente la necessità di un sollecito e radicale cambio di passo nell’incremento di tutte quelle misure concrete ritenute necessarie dalla comunità scientifica per garantire un futuro all’orso dell’Appennino; misure, ci teniamo a ricordare, sottoscritte da Enti e Regioni interessate (Abruzzo, Lazio, Molise ) ma fino ad oggi dimenticate.

Oltre ad improrogabili misure di tutela volte a dare certa e definitiva protezione ad alcune zone critiche per l’espansione della specie (come l’area dei Monti Ernici laziali, che ne è un perfetto esempio o come Monte Greco, in Abruzzo, da sottrarre per sempre a ricorrenti appetiti speculativi), c’è bisogno, come è già stato detto da persone più autorevoli di noi, di una presa di coscienza collettiva. Bisogna fare di questa battaglia per la conservazione dell’orso marsicano un’emergenza culturale non solo delle regioni interessate, ma del Paese intero perché proteggendo l’orso (specie “ombrello ) si conserverebbero le ultime aree naturali e di wilderness dei nostri Appennini e perché no … per ragioni economiche visto il vasto indotto economico –culturale che la presenza dell’orso promuove in aree altrimenti cronicamente depresse.

Assicurare un futuro all’orso in Appennino oggi ha la stessa valenza e lo stesso profondo significato che per noi italiani ha la conservazione di siti archeologici unici al mondo come gli scavi di Pompei ed il Colosseo ma per far ciò non v’è niente di piu’ importante di una corretta informazione. Ecco dunque il nostro disappunto quando una semplice incursione in un pollaio del timido plantigrado abruzzese viene rappresentata sui giornali come un terribile pericolo.

Le associazioni impegnate sul territorio come la nostra (“Salviamo l’orso”), gli Enti parco, oggi la stessa Regione Abruzzo che si è dotata di una legge ad hoc per questo, rimborsano interamente gli esigui danni causati dall’orso, nemmeno lontanamente paragonabili a quelli provocati dai cinghiali lanciati incautamente anni fa dai cacciatori italiani. Per contro decine e decine di attività economiche nelle zone interne dell’Appennino abruzzese dai B&B alle guide di montagna, dai ristoratori alle cooperative di giovani naturalisti, vivono e prosperano grazie a questa presenza eccezionale dell’orso, che ormai scomparso da tutta l’Europa occidentale (se si esclude la popolazione spagnola dei Monti Cantabrici ) richiama decine di migliaia di turisti nazionali ed internazionali a Pescasseroli e dintorni. Turisti che avrebbero decine di simili mete tra cui scegliere in Italia (si pensi solo a tutte le aree protette del nostro Appennino dal Parco delle Foreste casentinesi sul confine tosco–romagnolo per finire a quello della Sila in Calabria) invece vengono in Abruzzo o nelle confinanti aree laziali e molisane solo perché sperano di poter intravedere all’alba o al tramonto proprio l’orso che alcuni vorrebbero “nemico”.