Rottamazione addio: su pensioni e giustizia Renzi s’inchina a Cgil e Anm

E continuavano a chiamarlo il “Rottamatore“. Non c’è bisogno di scomodare Terence Hill per raccontare l’infelice parabola di Matteo Renzi, già enfant prodige della politica nostrana e ora maestro di tatticismi, furbizie e rinvii. Era balzato sul proscenio della politica nazionale promettendo di rivoluzionare il pentagramma della politica come un Mozart e invece, da due anni ormai, strimpella motivetti tradizionali come un qualsiasi Salieri. La sue ultime, deludenti note sono proprio di queste ore e sembrano più adatte a intonare un de profundis che ad eseguire una marcia trionfale: la concertazione con i sindacati sulle pensioni, preludio a quella sul rinnovo dei contratti pubblici, e l’accantonamento della riformetta sulla giustizia dopo che il presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo l’ha bollata come «inutile e dannosa».

Brusco risveglio per i “renzioti”

Un brusco risveglio per i “renzioti“, cioè i devoti del premier annidati nel centrodestra, costretti a ingoiare tutto d’un fiato la sepoltura del “modello Marchionne” nelle relazioni aziendali e la fine del sogno garantista reincarnato da Renzi. Non che il ddl del ministro Orlando esaltasse le garanzie del giusto processo, tutt’altro. Ma impressiona il fatto che il premier abbia deciso di parcheggiarlo su un binario morto dopo le “bacchettate” del sindacato delle toghe. Certo, nel rinculo di Renzi c’è anche qualcosa della ritirata strategica, ma è lecito dubitare che una volta scavallato il referendum di dicembre egli possa tornare ad incarnare la speranza di una sinistra liberata dai suoi tic e dalle sue ossessioni. Del resto, se il Renzi degli esordi riuscì a sedurre anche una parte del centrodestra fu soprattutto perché percepito da quote non piccole di quell’elettorato come un leader irriverente e abbastanza spregiudicato da rompere con gli schemi del passato, a cominciare dall’antiberlusconismo di mestiere intorno al quale la sinistra aveva organizzato convenienze e collateralismi inconfessabili.

Renzi vuole solo durare. Come Andreotti

Ma fu un abbaglio: la cronaca più recente si è infatti incaricata di dimostrare che Renzi era solo il prolungamento 2.0 del senso della sinistra per il potere a qualsiasi costo. Il premier vuole solo durare e per farlo è disposto a tutto: alle mance elettorali, alle manovre in deficit, alle assunzioni improduttive, alle nozze gay, al rilancio del rito concertatorio e alla subordinazione del Parlamento al Csm. Nulla di strano: anche Andreotti era convinto che il «tirare a campare» fosse meglio del «tirare le cuoia» ma, almeno, il vecchio Belzebù democristiano era coerente con il proprio stile e la propria impostazione politico-esistenziale. Renzi, invece, è ormai solo la triste parodia di se stesso.