Referendum. Il piede americano nel piatto italiano dopo l’Help me di Renzi

Potrebbe il nostro ambasciatore negli Usa dire che, se vincesse Trump, ci sarebbero contraccolpi negativi per gli Stati Uniti, per il nostro Paese o anche per l’Europa o la Nato? Potrebbe Armando Verdicchio, capo della missione diplomatica italiana a Washington, pronunciarsi sullo stato di salute di Hillary Clinton? Potrebbe rilasciare un’intervista al New York Times e fare un endorsement in favore di uno dei due candidati alle presidenziali? No: non è nella costituency della nostra diplomazia. Un nostro diplomatico non lo farebbe negli Usa, né in un Paese europeo e neppure in uno Stato straniero “minore”: non esprimerebbe un’opinione su un fatto politico o istituzionale interno di un’altra Nazione sovrana. Il che ci sembra corretto o, se volete, “giusto”. Pertanto, bene ha fatto Mattarella – nello stile di Capo dello Stato – a “riprendere” l’ambasciatore americano a Roma, John Phillips, (“la sovranità è demandata agli elettori”) secondo il quale la vittoria del “No” nel referendum costituzionale del tardo autunno – ormai possiamo dire così – sarebbe “, contrario alla “stabilità di governo” e agli investimenti stranieri in Italia. Phillips, è andato anche oltre, uscendo dal seminato con un giudizio politico che viene da “istruzioni” della Casa Bianca: Renzi «ha svolto un ruolo importante ed è considerato con grandissima stima da Obama che apprezza la sua leadership».

“Help me” di Matteo all’«amico americano»

Infatti, il 18 ottobre, il presidente del Consiglio andrà a Washington per una cena di Stato col presidente americano. In scia con questa linea, arriva il parere dell’agenzia Fitch: «Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia. Se ci fosse un voto per il no, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano». Piedi nel piatto. Pro Renzi. Abbiamo capito. Le opposizioni – a iniziare dal centrodestra con Lega, Forza Italia e Fdi – hanno protestato contro l’ingerenza dell'”amico americano”. Giustamente. Avendo il capo del governo trasformato – nonostante le successive frenate – il referendum sulla riforma-Boschi in una consultazione sul suo operato e su quello dell’esecutivo, qualunque presa di posizione per il Si o per il No è un giudizio favorevole o contrario a Renzi e alla sua permanenza a Palazzo Chigi. Ma, così, gli appelli, che vengono dallo “straniero”, sono percepiti come un’invasione di campo. La quale fa scattare, da destra a sinistra, la molla dell’orgoglio nazionale: non spetta a chi è fuori dal “patto repubblicano”, che unisce gli italiani, dire ciò che questi ultimi devono fare e come devono votare. Che quella di Philips non sia una “gaffe”, ma una scorrettezza “richiesta” dal governo, è provato, non solo da identici retroscena-veline sulla stampa («il premier non avrebbe voluto, lo ha danneggiato»), ma da un dato: l’ingerenza, da parte del nostro esecutivo, segnatamente di Renzi e Gentiloni, in casa altrui.

Le ingerenze di Renzi e Gentiloni in elezioni austriache e Brexit

Lo testimoniano due eventi internazionali. Il primo, nell’ordine, è l’elezione presidenziale in Austria, Paese vicinissimo a noi, innanzitutto in senso fisico. Il capo del governo italiano giudicò la vittoria al primo turno di Norbert Hofer, candidato della Fpoe, come “un campanello d’allarme”. E il nostro ministro degli Esteri, dopo il secondo turno, disse che la vittoria – di strettissima misura – del verde Van der Bellen era una “notizia positiva” che “fa tirare un sospiro di sollievo all’Europa”. Poi, sappiamo com’è andata: le elezioni sono state annullate per brogli e si dovrà rivotare. Ma, quella posizione dell’ Italia “non ci stava”. Si potrebbe obiettare: era un giudizio anche di altri governi dell”Ue. Ma, anche se questa fosse una giustificazione, l’Italia è un paese allo stretto confine con l’Austria, ha nella comune agenda la “questione Brennero” sull’immigrazione. E i due Paesi saranno legati per sempre dalla “questione alto-atesina”. Qualunque governo o Capo dello Stato rappresenterà il popolo austriaco, era ed è nel nostro interesse nazionale essere neutrali col “vicino neutrale”. Secondo fatto: la Brexit. Il presidente del Consiglio, sulla decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea, qualche giorno fa ha detto in Parlamento: “Se il popolo vota e altrove si cerca di mettere la pezza su ciò che il popolo ha deciso, si mina il gioco democratico. Io non vorrei che si potesse pensare di fare finta di niente e che si potesse semplicemente immaginare un percorso molto molto molto lungo, magari in attesa di un altro referendum. Serve questa consapevolezza indipendentemente dalle opinioni del singolo”. Sorprendente. Non sembra lui. Ma, quest’uomo di governo, così rispettoso della volontà popolare, non è lo stesso Matteo Renzi che, poco prima del referendum inglese, al convegno dei giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure, aveva sentenziato: “Brexit sarebbe una sciagura per gli inglesi. Ma credo prevarrà il buon senso. Gli inglesi non voterebbero contro se stessi” ? Aveva fatto arrivare anche lui il suo tentativo, mignon e goffo, di condizionare i sudditi di Sua Maestà. Prima. Dopo, fa l’ossequiante della volontà popolare. Che lui stesso voleva perturbare. Certo, in un mondo interconnesso – come qualche osservatore e lo stesso Mattarella hanno sottolineato – anche gli “esterni” potrebbero dire la loro. Ma, a due condizioni.

Stabilizzano Renzi, sopra il tavolo e sotto il tavolo. E la Meloni avvisa Parisi

La prima: si può parlare degli altri a casa propria e non a casa di chi ha il problema. Nel discorso pubblico nazionale, ci mancherebbe che le forze politiche non discutano, in Parlamento e nel Paese, di ciò che succede all’estero. Secondo: non lo faccia, con dichiarazioni ufficiali e impegnative, il governo o l’ambasciata di una potenza straniera. Senza tenere conto di un fatto dirimente. È legittimo dibattere di politica estera: del referendum costituzionale in Italia, si discuta alla Camera dei Comuni o al Bundestag. Ma, sarebbe una grave invasione di campo se “dichiarasse” la premier May o la Cancelliera Merkel. Un referendum costituzionale è un'”elezione politica”, forse qualcosa di più: un peso questo che gli viene attribuita persino da quanti – a partire da Phlllips – sono intervenuti ( e interverranno ancora) sulla consultazione di novembre o dicembre. E invocare la “stabilità” in pericolo, significa fare il tifo o brigare per la permanenza del governo in carica. Una “stabilità” che non fu ricercata e chiesta né per Berlusconi, né per Letta. E – attenzione – non è stata enfatizzata neppure per la Spagna o il Belgio, che qualche problema di instabilità ce l’hanno o l’hanno avuto. Il che equivale a dire che è una “stabilità” a senso unico: non vera, strumentale; a favore di chi, è abbastanza chiaro. È una tela di entità e mondi, più della finanza e meno della politica, che hanno interesse a stabilizzare Renzi. E che rischia di infiltrare della sua trama anche il centrodestra. Giorgia Meloni lo ha intuito e ha eretto un muro per impedirlo, con un quesito, a risposta obbligata, spedito a Stefano Parisi: “Siamo d’accordo che se Renzi perde si deve dimettere e che in nessun caso chi si dichiara di questa metà campo sarà disponibile a fare inciuci con lui. Questa è la questione dirimente dalla quale partire e sulla quale mi permetto di chiedere chiarezza a tutti”. La tentazione è che, pure stando “in questa metà campo”, si abbia l’idea o la tentazione di aiutare “poteri” e “potenze” a mantenere Renzi. E a conservarlo. A conservarselo. Perché è quanto di meglio oggi potrebbero trovare sul mercato. In nome dei propri interessi. Che sono estranei o contrapposti all’interesse nazionale. Ha scritto Gianni De Michelis, qualche anno fa, in un libro-intervista tutt’altro che banale (La lunga ombra di Yalta, Marsilio) che “lo scontro politico si è svolto in parte sopra il tavolo, in parte sotto il tavolo”; ed è accaduto che “questo mescolarsi del sopra il tavolo e del sotto il tavolo, dell’evidente e del nascosto, ha favorito l’affermarsi di una serie di comportamenti divenuti nel tempo ‘normali’ e tuttavia non corrispondenti alle regole formali che presiedono al funzionamento della politica, della società e delle istituzioni”. Sopra il tavolo e sotto il tavolo. Siamo ancora lì.

Carmelo Briguglio