Rauti a Raggi: «Da mamma a mamma, basta lagne. Lavora per Roma»

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Da donna a donna e da mamma a mamma, Isabella Rauti scrive a Virginia Raggi e la esorta a mette da parte lamentele e «sfoghi capricciosi» che poco si addicono al sindaco della Capitale. Una lettera aperta che la ex “first lady” di Roma affida a Facebook, «come fai tu, come fa tuo marito, come facciamo tutti», all’indomani dell’ennesima frizione della prima cittadina con la stampa, suggellata da quel «mi fate un po’ pena» rivolto ai giornalisti che l’aspettavano sotto casa.

L’«ipocrisia» dietro la «sindaca della normalità»

«Quando si ricopre una posizione di rilievo, e la tua in particolare, purtroppo non esiste privacy né per te, né per la tua famiglia; avi, ascendenti e discendenti compresi. La tua retorica della “sindaca della normalità” (vado a fare la spesa, sbatto il tappetino dal terrazzo in pigiama, butto personalmente la spazzatura etc. etc. ) è un’ipocrisia e comunque un lusso – sappilo – che ti viene negato nel momento stesso in cui accetti la sfida di governare una città». Rauti, dunque, non fa sconti, e al sindaco ricorda perché il ruolo di un’Alice che si sveglia in un mondo sconosciuto non funziona: Raggi (come chiunque si fosse presentato alla guida della città) aveva fin da prima di candidarsi gli elementi per capire a cosa andava incontro.

Il rispetto (negato) per i figli

«Certo tuo figlio merita rispetto e discrezione, ti capisco; per il mio, allora minorenne – scrive ancora Isabela Rauti – non è stato così, quando suo padre era sindaco e non è stato così neppure per me, né per la mia famiglia, né per la famiglia di origine di mio marito. Ti diró di più, basta essere la “first lady” di Roma, come mio malgrado mi definivano per convenzione, senza essere sindaco, per perdere la libertà personale e il diritto alla quotidianità e alla privacy». Di più, Rauti sceglie di non cedere a sua volta a ipocrisie e infingimenti e alla “sindaca della normalità” alla “mamma in Campidoglio” ricorda che, forse per leggerezza, forse per non aver compreso bene il significato di certe scelte mediatiche, c’è anche una quota di sua corresponsabilità nella biasimabile sovraesposizione del bimbo. «Dovevi pensarci prima e prendere le misure; potevi evitare, ad esempio – scrive ancora Rauti – di esibire tuo figlio sullo scranno più importante, nel giorno dell’insediamento al Campidoglio, davanti agli stessi giornalisti e fotografi che oggi “ti fanno pena”; non ci hai pensato mentre puntavi tutto sul tuo impatto mediatico e sull’immagine della “prima donna sindaco di Roma e mamma”, che rivoluziona l’iconografia della comunicazione? Evidentemente non ci hai pensato!», chiosa Rauti, che ai tempi in cui il marito Gianni Alemanno era sindaco fu costretta a ripetuti appelli affinché si rispettasse l’adolescenza del figlio, nonostante loro personalmente lo lasciassero fuori dalla vita pubblica.

«Cara Raggi, fai il tuo dovere o fatti da parte»

Dunque, sulla base della propria esperienza Isabella Rauti invita Virginia Raggia ad abituarsi, «se resisti lì dove sei arrivata», alla «sovraesposizione», «all’assalto e all’assedio». Ma la esorta principalmente a rammentare che il ruolo di sindaco chiede sangue freddo e lucidità anche – si direbbe soprattutto – di fronte ad altri “assalti e assedi”: «Non solo quello mediatico, ma quello delle urgenze, delle emergenze e delle esigenze dei cittadini perché questo è ed è giusto». Quindi la conclusione, con una concessione al lessico romanesco e un appello che dà voce allo sgomento di tanti romani: «Se ti regge la pompa – scrive Isabella Rauti – cerca di fare il tuo dovere, cerca di essere all’altezza della situazione e non ti concedere crisi di nervi e capricciosi sfoghi poco istituzionali che ti ridicolizzano. E un’altra cosa potresti fare, non so se mi intendi, potresti provare ad essere più umile e a metterti al servizio della città. Lascia a casa Virginia e manda la Raggi, se esiste, al Campidoglio». «Per la Capitale d’Italia il sacrificio vale la pena. Oppure, e ancora meglio – propone Rauti – restate a casa tutte e due!».