Obama ammette il suo fallimento: la ricetta Usa ha frenato l’Occidente

C’è stato un tempo in cui è stato possibile coniugare sviluppo economico, espansione della democrazia, riduzione della diseguaglianza sociale: l’ha ricordato ieri il presidente americano Obama, nell’ultimo dei suoi discorsi all’Onu. Le sue parole hanno un esplicito bersaglio – il grande antagonista Putin -, ma in esse c’è una critica rivolta anche all’Occidente, che ha lasciato via libera a una crescita incontrollata dell’economia intemazionale. Col risultato di favorire l’ascesa del populismo in un mondo caratterizzato dalla polarizzazione di ricchezza e povertà, si legge su “il Mattino“.

Obama e i suoi numerosi fallimenti

È stato un discorso complesso quello del presidente Usa, preoccupato dal pericolo di lasciare la sua carica a un uomo che impersona l’esatto contrario dei suoi princìpi politici, cioè il milionario populista Donald Trump, che ormai insidia da vicino Hillary Clinton, costretta sulla difensiva, Forse per questo ha voluto esprimere davanti all’assemblea delle Nazioni Unite una sorta di sintesi delle questioni irrisolte del mondo contemporaneo, quelle che il suo mandato presidenziale non è riuscito a sciogliere e che rischiano ora di incancrenirsi.  Obama se l’è presa con coloro che invocano uno Stato forte per dominare i problemi che assediano il mondo occidentale. Ai loro occhi il russo Putin, con la sua politica di forza, incarna il modello di un governante che applica il pugno di ferro alle controversie internazionali così come all’interno, piegando gli avversari e colpendo l’opinione pubblica.

Obama contro Putin all’ONU

Non a caso, l’autocrate di Mosca piace a tutti coloro che chiedono scelte radicali per venire a capo del malcontento economico come del disagio legato alle migrazioni di massa. Così, da un lato Obama mette in guardia dagli autoritarismi che sono il portato inevitabile del populismo e, dall’altro, però, non cela che la loro origine sta nel fenomeno che ha plasmato il nuovo assetto del mondo, la globalizzazione. Ieri, ha detto apertamente che la globalizzazione dev’essere corretta. Cioè guidata, inserita entro schemi politico-istituzionali che siano in grado di domarne gli impulsi distruttivi. Nella visione del presidente americano, l’alternativa alla sfida del populismo che avanza è quella di una globalizzazione regolata. Insomma, di una globalizzazione subordinata ai vincoli e all’interazione di una rete di istituzioni che sap piano realizzare un’equa distribuzione dei suoi benefici, oggi accaparrati da una quota esigua della popolazione. Obama ha fatto ricorso all’immagine dell’1% della popolazione che sequestra il 99% delle risorse. Un artificio retorico che serve a richiamare l’urgenza di una svolta economica. Ci vuole un assetto internazionale che, come nei cosiddetti “trent’anni gloriosi” dopo la seconda guerra mondiale riesca a generare, insieme, sviluppo, mobilità sociale e consolidamento delle basi democratiche.