È morto Shimon Peres, icona della politica israeliana: sognò la pace

A 93 anni è morto Shimon Peres: quindici giorni fa era stato colpito da un ictus. L’ex presidente israeliano è deceduto alle 2.15 ora locale. I familiari, secondo la televisione commerciale Canale 10, hanno chiesto ai medici di rinviare l’annuncio perché volevano tenere una conferenza stampa ordinata di prima mattina. Ma nel frattempo la notizia si è egualmente diffusa su Twitter e in altre reti sociali e, mentre le emittenti israeliane mantenevano il riserbo, è stata divulgata da mezzi stampa all’estero. Solo allora l’annuncio della morte è stato rilanciato anche dai mezzi di comunicazione locali.

Shimon Peres, simbolo della politica internazionale

Sfavillante icona internazionale della politica israeliana in questo secolo, Shimon Peres aveva dovuto misurarsi in precedenza con decenni di avversità. Sul suo capo pareva incombesse una maledizione degli dei. Come nel supplizio di Tantalo, in numerose occasioni era stato in procinto di assumere la guida del Paese. Poi puntualmente un evento imprevedibile lo aveva invece respinto nel baratro. La carriera politica dell’uomo che a lungo è stato il più avversato di Israele e che solo in vecchiaia ha toccato record inauditi di popolarità iniziò di fatto nell’azienda agricola laburista di Ben Shemen, dove Shimon Perski (questo il nome che nel 1923 aveva ricevuto nella natia Polonia) cominciò a farsi le ossa. Il giovane era sveglio, e fu presto notato dagli emissari di David Ben Gurion, il futuro fondatore dello Stato. Mentre i suoi coetanei versavano il sangue nella guerra di indipendenza (1948-49), Peres era impegnato all’estero ad acquistare le armi per loro. Un incarico importante a livello nazionale, ma la macchia di “imboscato” gli restò addosso per mezzo secolo. A trent’anni, Peres era direttore generale del ministero della Difesa. Da quella posizione seguì la guerra nel Sinai del 1956, condotta da Tzahal assieme con inglesi e francesi. Con questi ultimi gettò allora le basi per la costruzione della centrale atomica di Dimona (Neghev). Da “falco” laburista seguì Ben Gurion: prima all’opposizione e poi, nel 1967, nel governo di unità nazionale. Nella Guerra dei sei giorni avrebbe potuto essere ministro della Difesa: ma l’incarico fu affidato a Moshe Dayan. Sette anni dopo, a seguito della cruenta guerra del Kippur, Dayan e la premier Golda Meir furono defenestrati da proteste popolari. Per Peres, un nuovo appuntamento con la Storia. Ma qualcuno si ricordò che a Washington c’era il brillante ambasciatore Yitzhak Rabin, che acquisì così la leadership laburista.  Solo nel 1977 le dimissioni di Rabin gli aprirono un varco insperato: ma il 17 maggio 1977, a sorpresa, il leader della destra nazionalista Menachem Begin si aggiudicò le elezioni, dopo decenni di opposizione.

Peres condivise il Nobel per la Pace con Rabin

Solo nel 1984 Peres avrebbe strappato la nomina di premier: ma a metà, in rotazione col conservatore Yitzhak Shamir (Likud). In quegli anni il “falco” laburista stava infatti trasformandosi in “colomba”. Nel 1992 Rabin riuscì a riportare i laburisti al potere e dietro le quinte Peres manovrò sapientemente per dar vita agli accordi di Oslo: la gloria andò però al suo rivale di partito, con cui spartì il premio Nobel per la pace. Nel novembre 1995 Peres e Rabin erano assieme ad una manifestazione per la pace a Tel Aviv. Dietro le quinte, c’era in agguato un terrorista ebreo: questi lasciò che Peres passasse indisturbato e poi abbatté a pistolettate Rabin. Ma ancora una volta la maledizione degli Dei era per lui in agguato. Nelle politiche del 1996 la vittoria di Peres era data per scontata: invece sul filo di lana prevalse il debuttante Benyamin Netanyahu (Likud). Anche la carica di capo dello Stato fu difficile da raggiungere. In un primo tentativo gli fu infatti preferito il candidato del Likud, Moshe Katzav.

Finalmente presidente

Solo nel 2007, Peres divenne presidente e riconosciuto come icona di Israele nel mondo. Aveva iniziato la carriera aiutando i coloni: ma con gli accordi di Oslo era diventato il principale fautore di un accordo di pace con i palestinesi. La “coabitazione” con il premier Netanyahu è stata per lui spesso motivo di cruccio, alla luce delle profonde divergenze. Ma in Israele era ormai diventato un punto di riferimento obbligato: non solo i capi di Stato, ma anche i leader religiosi, gli intellettuali, gli scienziati e gli artisti di passaggio da Gerusalemme non perdevano mai occasione per un incontro con lui da cui in genere emergevano ancora più colmi di considerazione per la sua figura. «Voglio – disse in una delle ultime interviste – che il nostro Paese si basi sì su radici storiche molto profonde, ma anche che sia proiettato verso il futuro, verso i successi della scienza».