Ma Virginia Raggi è davvero di destra? Non abbastanza, ma un pochino sì…

Lo ha detto Michele Santoro: tutto ciò che ruota attorno alla sindaca di Roma è di destra. Ma può bastare lo studio legale Sammarco ad imprimere un’etichetta così impegnativa? Il tema viene cavalcato dall’Espresso e da tutto il Pd per asserire che il vecchio giro di Gianni Alemanno comanda ancora in Campidoglio. Camerati coi baschi neri in agguato dunque e altra paccottiglia del genere. Propaganda. Smontata peraltro da un’ottima vignetta di Staino in cui Bobo riflette: “il Pd sa tutto di Virginia Raggi ma non sapeva niente di Mafia capitale”. Cose strane che capitano solo a Roma.

Ma torniamo all’affermazione di Michele Santoro. Il terremoto politico che ha fatto vincere Virginia Raggi è stato il modo in cui il corpaccione di una città stanca e rassegnata si è scrollato di dosso i vecchi partiti. I romani poco si curano delle ideologie, tranne che di quella del disincanto. Mutano le abitudini e le convinzioni conservando solo una secolare saggezza che si condensa nella massima “Roma resta, tutto il resto passa”. Passa Veltroni con i suoi attori e lo “struscio” all’Auditorium, passa la destra, passano i grillini che si vedono nei pub di Testaccio, amatissimi a Tor Bella Monaca, dove pure al centro sociale hanno votato per Virginia. Eccolo, il punto: i romani votano anche per vendicarsi. Una fetta enorme di sinistra si è voluta vendicare di Renzi affondando Roberto Giachetti e scegliendo i Cinquestelle. E a destra il ragionamento è stato analogo (Giorgia Meloni non disse in tv: se devo scegliere tra Giachetti e Raggi scelgo Raggi? E questo in base alla massima giustificabile: il nemico del mio nemico è mio amico).

Occorre astrarsi da Roma, però, per poter “verificare” la teoria di Michele Santoro, perché un conto sono gli elettori di destra accorsi a votare Raggi per togliere la città al Pd e un conto sono i contenuti. E gli atteggiamenti. Non vi è dubbio che i grillini stiano subendo un accerchiamento – provocato dai loro stessi errori – non dissimile da quello che colpì il Berlusconi dei primordi, temuto soprattutto perché la sua carica innovativa attraeva tanto la destra quanto la sinistra. Di “destra” nel movimento Cinquestelle c’è una carica antisistema che ricorda le prediche antipartitocratiche di Giorgio Almirante. Non a caso quando arrivarono in Parlamento, con i loro apriscatole e con l’ansia da prestazione degli scolaretti che vogliono farsi notare, qualche vecchio cronista parlamentare li paragonò proprio ai missini.

E il problema dei grillini è ancora lo stesso, irrisolto. Il passaggio, non concluso, dalla democrazia di sorveglianza alla democrazia di rappresentanza (categorie molto utili del sociologo Pierre Rosanvallon). La democrazia di sorveglianza implica l’dea che il potere è sempre cattivo, infido, ambiguo. E i cittadini delegano allora a una cerchia di “puri” il compito di controllarlo. Questo ha funzionato benissimo finché gli eletti 5Stelle non hanno avuto il mandato di governare e sono diventati i controllori di se stessi. Deriva, disastro, confusione. Un clima che rischia di travolgerli. In una settimana hanno perso il 4,4%. E rischia di logorare i volti dei candidati premier in pectore. Luigi Di Maio è stato quasi atterrato dalla faccenda della mail male interpretata. Alessandro Di Battista è stato subito attenzionato dai media (e presto contro di lui tornerà ad essere utilizzato il tormentone del padre fascista, tirato fuori da Daria Bignardi con poca eleganza) per il suo linguaggio ridondante. Il Foglio riporta oggi il suo discorso a Nettuno che è tutto un saltare di palo in frasca: dalla Rai alla sanità, dalla Costituzione alla sovranità monetaria, dalle banche d’affari ai carabinieri.

Anche il Msi ha dovuto compiere questo passaggio: dalla democrazia di sorveglianza alla democrazia di rappresentanza. Dalla destra protestataria e antisistema alla destra di governo. E non è stato indolore, al punto che ancora se ne discute, con scambi d’accuse e i vari “se” che non mancano mai nelle ricostruzioni storiche autoreferenziali. E come la destra attuale anche il M5S è  euroscettico, ha un debole per le idee sovraniste, e persino la tentazione di vedere ovunque un “complotto” ai propri danni. E come la destra si appella al “popolo sovrano” contro i poteri forti e corrotti. Un po’ di destra l’hanno “incorporata”, anche se non abbastanza…

Infine Virginia Raggi è anche la “ragazza” comune, quella con cui puoi sentirti alla pari, quella cui puoi perdonare (ma fino a quando?) l’inesperienza, l’ingenuità nel farsi “spiare” dal cronista del Fatto, quella che porta il suo bambino a vedere la cerimonia di insediamento in Comune e mentre la sua giunta vacilla va ad assistere alla partita di calcio del pargolo. Diserta le stanze capitoline: il sindaco è impegnato, riunioni rinviate. Riflusso nel privato, dunque, mentre gli assessori stanno lì ad arrovellarsi sull’incerto destino nelle nebbie romane.  Giusto il tempo di ricaricarsi e tornare in trincea, anche e soprattutto contro le altre lady pentastellate, come la minacciosa Paola Taverna. La cui sorella su Fb ha aggredito la sindaca con eloquio borgataro: «Forse si è montata la testa e ha voluto fare un po’ di “capoccia” sua, inanellando una cagata dietro l’altra? E magari adesso prova pure a fare la vittima e far cadere il citriolo (sic) in un buco che non è il suo ma addirittura di chi ha provato disperatamente di farla rinsavire». Anche questo è il grillismo romano, al di sotto della destra e della sinistra.