La politica monetaria di Draghi è un fallimento: ecco perché

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Lascia sempre un po’ sorpresi sentire il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi,  insistere sul quantative easing come strumento per la crescita. Il piano di acquisto di titoli pubblici e privati da 80 miliardi al mese che continuerà fino al marzo 2017, non ha raggiunto gli obiettivi sperati, ed è praticamente fallito con la modesta  ripresa  economica, ostacolata, tra l’altro, dalle deboli  prospettive dei mercati emergenti. Che qualcosa non va, certamente, se ne sono accorti anche gli economisti della Banca centrale, se il percorso dell’inflazione resta molto al di sotto del target del 2% annuo.

Draghi e le equazioni dei banchieri

Nominato il 16 maggio 2011, ed accolto come il deciso sostenitore di una politica espansiva, il professor  Draghi oggi  si deve render conto che l’economia europea non riparte e che, nonostante la massiccia immissione di carta moneta, neanche l’inflazione cresce. Molto probabilmente, in tale contesto di crisi economica, la diretta relazione tra aumento dell’offerta di moneta ed aumento dei prezzi, non  funziona e, le  equazioni dei banchieri portano a sovra valutare l’effetto sul reddito degli incrementi di moneta. Ma c’è poco da sorprendersi. Il caso è stato studiato negli anni ‘30 dall’economista americano Keynes, con riferimento alla Grande depressione. In quel periodo esistevano risorse utilizzate cioè lavoratori disoccupati e capacità produttiva non impiegata. Una situazione non molto distante da quella che rileviamo, anche oggi, in grandi paesi dell’Europa come Spagna, Italia e Francia.

L’inflazione ripartirà a patto che…

Le imprese, sappiamo, trovano convenienza ad aumentare l’offerta se hanno a disposizione  moneta a buon mercato. Ma siamo al punto, la moneta non basta ad alimentare la domanda globale. E’ necessario che ci siano aspettative positive, sia da parte sia dei consumatori che delle imprese. I primi consumano se non hanno debiti da pagare o possono provvedere ad un loro rinvio ed i secondi investono solo se  confidano in un ritorno positivo dell’investimento che permetta un ampio margine di profitto. Se cosi non è, impianti e macchinari rimangono inutilizzati e la manodopera disoccupata, ed un aumento dell’offerta di moneta non si traduce in un crescita del livello dei prezzi, ma resta tesaurizzata. Perderà la moneta valore e per tale via partirà l’inflazione? In un contesto di mercati aperti, com’è il nostro, di certo occasioni di fare soldi non mancano, in particolare, oltre confine. E poi, ricordiamolo c’è da ripagare i debiti. Possibile che tutto ciò sfugga agli esperti di Francoforte ?