Il Leone alla carriera a Belmondo: Venezia premia l’irresistibile guascone (le foto)

E alla fine arriva lui, Jean Paul Belmondo,  irresistibile guascone che delizia la laguna con la sua ruggente presenza, pronto a portarsi a casa l’nnesimo premio. L’ultimo riconoscimento di una carriera ricca, generosa, che ha saputo coniugare impegno e divertimento, talento e passione, amore sognante per il cinema e sguardo d’attore disincantato: è a lui, infatti, che questa 73a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ha tributato il Leone alla carriera che – in tema di premi ricevuti a un festival – segue la palma con cui Cannes l’ha incoronato qualche anno fa.

Belmondo e il Leone alla carriera della Mostra di Venezia

Per il resto, elencare anche solo sommariamente il lungo e blasonato elenco di titoli e riconoscimenti andati al mitico Bebel nell’ambito di una carriera ancora in corso, malgrado gli inevitabili acciacchi dell’età e nonostante un infarto avuto nel 1998 e un’emiparesi facciale del 2001, conseguenza di un’ischemia, sarebbe davvero impossibile. Ad accomunarli tutti, però, c’è oggi più che mai il segno lasciato nell’immaginario collettivo da una carriera spettacolare che lo ha visto protagonizzare – sul set e fuori – agile come un gatto dalle sette vite, di cui solo una parte giià consumata. Avrà sicuramente ancora molto da raccontare Belmondo, anche per recuperare almeno in parte quegli 8 anni di ritiroo forzato dalle scene e dalle apparizioni pubbliche in seguito all’ictus che lo ha colpito nel 2001 e rispetto al quale, con incrollabile forza di volontà, l’intramontabile divo ha saputo riprendersi dando il via a una nuova fase della vita, idealmente sancita nel 2011 dalla consegna della Palma d’oro alla carriera a Cannes.

Quegli irrestibili esordi a fianco di Alain Delon…

Nato a Neuilly sur Seine, alle porte di Parigi, l’acrobatico istrione ha sangue italiano nelle vene: il padre, infatti, era uno scultore di buona fama, Paolo Raimondo. Dopo un esordio a teatro, Belmondo si fa apprezzare come jeune premier in Peccatori in Blue Jeans di Marc Allegret (1958), ma da’ anche fiducia al giovanissimo Claude Chabrol in A doppia mandata (1959): è questo il titolo da cui inizia il suo percorso parallelo con Alain Delon che – in quello stesso anno intanto – sta folgorando il pubblico con Delitto in pieno sole. Sciupafemmine incallito sul set come fuori. ASguardo sorgnone e sorriso irresistibile, faccia – e trascorsi – da pugile, Bebel (così si fa chiamare per sottolineare il suo stile stravagante e provocatorio) è rapido a cambiare registro e regista a cui affidarsi: e  allora, da Jean-Luc Godard che lo vuole protagonista di Fino all’ultimo respiro (1960) – prima – e di Pierrot le fou, poi (1965). Dalla Nouvelle Vague al cinema più squisitamente spettacolare (e, perchè no? Commerciale). Dai canoni della recitazione classica al loro stravolgimento, complici un’innata simpatia e una indiscutibile comunicativa, Belmondo si afferma sulle scene in tutto il suo eclettico splendore. E allora, naso schiacciato da boxeur fallito, una inimitabile predisposizione a stupire, uniti all’accoppiata vincente con il suo gemello diverso, Alain Delon, che gioca invece la carta del bel tenebroso, divorato da dilemmi interiori: l’ascesa di Belmondo nel mondo della settima arte è inarrestabile e seducente. Come lui.

Una carriera internazionale, un talento poliedrico

Eccolo, allora, vestire i panni di Michele ne La ciociara di Vittorio De Sica e poi di Amerigo ne La viaccia di Mauro Bolognini (1961). Ma è sul mercato francese e, in particolare, nel cinema poliziesco (il polar) che si gioca il vero agone di celluloide per la popolarità con Delon. Belmondo recita con Claude Sautet in Asfalto che scotta (1960), Quello che spara per primo di Jean Becker (1961), Quando torna l’inverno di Henri Verneuil (1962), fino a Lo spione del maestro Jean Pierre Melville, lo stesso che porterà a vette assolute Delon in Frank Costello. Il sodalizio con Melville dura tre film e dà a Belmondo tutti i «quarti di nobiltà»’ di cui ha bisogno per riscuotere anche il favore della critica. Ma il giovane mattatore è al grande successo popolare che punta: e lo ottiene. A quel punto, da L’uomo di Rio (1964) – cocktail di commedia gialla, film d’avventura, parodia di generi in voga – a Borsalino – successo planetario e inizio di una nuova fase nella carriera di Belmondo che, intanto, ha lavorato con tutti i registi più apprezzati e popolari – Bebel recita a ritmo supersonico, compie peripezie spericolate da stuntman (fino in tarda eta’ non vorra’ mai una controfigura) e conquista i francesi. Persino il riottoso Delon, che si rassegna all’idea di far coppia col suo odiato-amato rivale. nel frattempo Belmondo si è già sposato due volte (con la ballerina Elodie che gli ha dato tre figli e l’attuale compagna Natty), legandosi anche a lungo con Laura Antonelli.

Erede di Gerard Philippe, Jean Gabin, Yves Montand

Maschera irrestibile che, da un ruolo all’altro, da un’avventura filmica a una più impegnativa pièce teatrale, in scena ha sempre portato un unico volto: il suo, Belmondo sul set raccoglie l’eredità di Gerard Philippe, interpretando eroi acrobatici e romantici, di Jean Gabin incarnando lo spirito francese più nazionalista e orgoglioso, di Yves Montand regalandosi ampie licenze tra cinema e teatro. Nel 1974 sente il richiamo del cinema d’autore e accetta la parte del truffatore Stavisky nel raffinato film omonimo di Alain Resnais. Non rinuncia ai ruoli che hanno fatto la sua carriera e ai registi-complici di sempre (Gerard Oury, Philippe Labro, Henri Verneuil, Jacques Deray, Georges Lautner), ma cerca altro. Senza mai trascurare la ribalta: in teatro, infatti, Belmondo ripassa tutti i grandi classici, veste perfino i panni del mattatore Kean e aspira a un finale di carriera da “padre nobile”, guadagnandosi intanto il Premio Cesar come miglior attore nel 1989 per Una vita non basta di Claude Lelouch. Un titolo emblematico che, come pochi altri della sua carriera, si attanaglia davvero alla perfezione alla sua vita.

 

Belmondo 2        Belmondo 1

 

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