Italicum, il centrodestra fiuta il tranello di Renzi: «Prima il referendum»

Matteo Renzi giura di essere «sincero» quando annuncia la propria disponibilità a rivedere l’Italicum, ma – almeno per il momento – nessuno dall’opposizione se la sente di dargli credito. Non che i vari Brunetta, Salvini, Toti non sianno d’accordo, ma giustamente temono che “passata la festa, gabbato lo santo”. Sì alle modifiche, dunque, ma solo dopo la celebrazione del referendum, la cui data – per altro – risulta non ancora fissata.

Toti: «La mossa del premier sa tanto di voto di scambio»

Il timore del centrodestra è che il minuetto sulla legge elettorale sia solo uno specchietto per le allodole e che una volta ottenuto il riallineamento dell’intero Pd sul “sì”, il premier sia pronto a rimangiarsi l’impegno sull’Italicum. Non è un caso che il forzista Giovanni Toti, a margine di un incontro con i suoi colleghi governatori Maroni e Zaia, si sia mostrato molto scettico sull’offerta di Renzi: «Sa tanto di voto di scambio o captatio benevolentiae», ha detto. Come lui la pensa il collega di partito Maurizio Gasparri: «Renzi – spiega il vicepresidente del Senato – tenta il gioco delle tre carte ma ormai il percorso tracciato: prima il referendum e la vittoria del “No”». Il premier, incalza da FdI-An la leader Giorgia Meloni, «dall’inizio del suo mandato cerca disperatamente una legge elettorale che possa garantire a lui e al suo partito di vincere. Si rassegni perché non esiste».

Calderoli: «L’Italicum sarà bocciato dalla Consulta»

Scommette, invece, sulla bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta, il leghista Roberto Calderoli, “padre” del cosiddetto Porcellum, dichiarato poi incostituzionale: «È di assoluta evidenza – dice- che i vizi di costituzionalità che hanno portato alla bocciatura della precedente legge elettorale siano tutti presenti anche nel cosiddetto Italicum, per cui è prevedibile che la Consulta lo decapiti come accaduto alla precedente legge». Se dovesse accadere – è il suo ragionamento – si dovrebbero dimettere sia Renzi, che ha chiesto sulla legge «non una ma tre fiducie» e il presidente Mattarella «che l’aveva prontamente promulgata».